01Un evento importante per la storia di Sicilia e dell’Italia, cambiò per sempre il tessuto urbano della città di Palermo: stiamo parlando dell’Esposizione Universale del 1891-1892.

Dopo Firenze, Milano, Torino, anche il capoluogo siciliano ospitò la grande fiera internazionale, volta a mostrare tutte le novità della tecnica e dell’industria dell’epoca. Situata nel quadrilatero composto dall’incrocio tra via Dante, via Principe di Villafranca, via La Farina e via Libertà, portò alla formazione di quello che poi divenne il rione Villafranca. I padiglioni vennero progettati per volere di Ernesto Basile, su circa 12 ettari di terreno, concessi gratuitamente dal Principe di Radaly, secondo lo stile arabo-normanno che ha caratterizzato la struttura di alcuni antichi edifici presenti in città.
Fu un importante occasione, per la Sicilia del tempo, di mostrare la sua bellezza e le sue ricchezze patrimoniali; il capoluogo mise infatti in campo i migliori del periodo, tra ingegneri e architetti.

Il complesso vide infatti anche il coinvolgimento di Ernesto Armò, Alfredo Raimondi, Ludovico Biondi, per un lavoro che venne svolto in un arco di tempo di soli otto mesi; la fiera venne infatti inaugurata il 15 novembre del 1891, con un grande ricevimento organizzato presso il salone delle Feste, ricoperto da una grande cupola e pennacchi in stile muqarnas.
Basile aveva previsto anche la realizzazione di un belvedere, a ben 55 metri d’altezza, che poteva essere raggiunto tramite due ascensori Stigler in legno e vetro, che si azionavano e muovevano secondo un sistema idraulico.
Il prospetto prevedeva che il lato che dava su via Dante, fosse occupato dagli stand delle industrie meccaniche, chimiche ed orafe; lo spazio in via Libertà era invece dedicato alle industrie tessili, dei mobili, delle ceramiche e delle vetrerie, su cui svettava tra tutti il Padiglione delle Belle Arti, atto ad ospitare ben 720 dipinti e 301 sculture. Concludeva l’Esposizione, l’area dedicata all’industria metallurgica ed agricola, e un padiglione messo appunto per ‘i sogni coloniali’ italiani in Eritrea. Una curiosità: presso la zona dedicata alle industrie dell’acciaio e dei metalli pesanti, venne presentato forse il primo progetto di un Ponte sullo Stretto; un’idea dell’Ingegner Angelo Giambastiani.

Una volta terminata l’esposizione, il terreno venne immediatamente preparato per l’edificazione, secondo il progetto ‘a scacchiera’ previsto dall’Ingegner Felice Giarrusso; molte le villette in stile liberty che vennero costruite nei pressi, come quelle innalzate in via Notarbartolo, a ricordo di quell’avvenimento di grande importanza, sia per l’Italia che per la città. Altri gli interventi più infelici, come quelli ricavati presso il quartiere dell’Albergheria o il rione Sant’Agata: molti furono infatti i monumenti distrutti dal nuovo tessuto viario, comprese le antiche mura cittadine.
Fu questo il periodo dei Fasci (1893-1894), che portò la città nuovamente sotto l‘occhio del ciclone, anche se non comportò un interesse per nuove modifiche o soluzioni alla situazione urbanistica e sociale. La città andò avanti grazie all’intervento di numerose famiglie dell’epoca, soprattutto grazie ai Florio, che investirono Palermo di una nuova ondata di ‘Belle Epoque’, fatta di edifici in stile liberty e mondanità.

Al declino della famiglia Florio, fece seguito il declino della città, che venne immediatamente colonizzata dallo stile architettonico fascista, oggi ancora visibile in alcune imponenti opere di ordine pubblico, come il palazzo delle Poste e il Banco di Sicilia sito in via Roma, e il palazzo di Giustizia. Niente fu fatto per risanare il centro storico; in compenso vennero avviate importanti opere minori, come l’apertura di nuove strade, di alcuni edifici, anche scolastici, e l’edificazione di una nuova rete fognaria e abitati di tipo popolare. Per tutti gli anni Trenta, la città continuò a vivere un periodo di splendore culturale, dovuto soprattutto agli influssi del Futurismo del Marinetti, attraverso i salotti di Lia Pasqualino Noto, e i lavori di Pippo Rizzo e Vittorio Corona, ai quali si aggiunsero più tardi Renato Guttuso e Giovanni Becchina.

Nel 1939 fu indetto un concorso pubblico volto alla realizzazione di un nuovo tessuto urbano che potesse sostituire il “piano Giarrusso”. Purtroppo il concorso non vide la via della fine, a causa degli eventi bellici che raggiunsero la Sicilia e bombardarono la città, portando nuove devastazioni a edifici, strade, monumenti.
Due anni dopo la definitiva Liberazione dell’Italia ad opera degli Alleati, Palermo venne inserita tra le città che necessitavano di un ‘piano regolatore’ per la ricostruzione; un progetto che prevedeva anche un ampliamento e la costruzione di altre cinque zone, e fu occasione per l’avvento delle prime speculazioni edilizie. All’incirca nello stesso periodo, la Sicilia venne dichiarata Regione autonoma a Statuto Speciale.
Dopo un lungo iter burocratico, il nuovo piano prese finalmente la via della realizzazione, nel 1963; le villette di via Libertà vennero distrutte e il cemento ricoprì molte aree verdi della città. Il tessuto urbano iniziò il suo ampliamento selvaggio su più direttrici, soprattutto a Nord, strappando i terreni alla cosiddetta ‘Conca d’Oro’, ma il centro storico rimase ancora agonizzante e sofferente. Ancora oggi, alcune zone dell’Albergheria e del vecchio quartiere della Kalsa, portano i segni di quelle molteplici devastazioni, ma qualcosa sta cambiando, grazie soprattutto all’intervento degli odierni cittadini di buona volontà.

Autore | Enrica Bartalotta