10341409_10203891349667968_4414838045272862474_nLa sera del 19 Giugno 2014 al Teatro Margherita di Caltanissetta, l’Associazione Culturale “La Compagnia del Tempo Relativo” ha replicato la piece drammatica dal paradossale titolo “Salendo a Sud”, la cui sceneggiatura è stata scritta dall’estensore del presente articolo Angelo Lo Verme (anche scenografo e regista al service), e da Lella Falzone, la regista della Compagnia. Per questa realizzazione stavolta si è avvalsa della collaborazione dell’Associazione “Immigranti Solidali” di Caltanissetta, a favore della quale è stato devoluto l’incasso della serata. Esse hanno messo in scena l’attualissimo e scottante dramma dell’immigrazione clandestina da una parte del Sud del Mondo: l’Africa. L’immigrazione clandestina dall’Africa dunque alle coste della Sicilia, altro Sud rispetto al resto d’Italia e d’Europa, dove molti siciliani sono stati costretti e continuano ad essere costretti a salire al Nord Italia o in Europa per trovare migliori e più dignitose condizioni di vita. Cosicché, parlando dei fratelli africani, l’opera parla anche di Sicilia e dei tanti siciliani generosi e accoglienti.

  Al di là dell’ottima riuscita della rappresentazione, sia dal punto di vista tecnico che da quello della partecipazione (il teatro era praticamente gremito), nonostante i fisiologici imprevisti, la cosa più bella di questa proficua collaborazione tra le due Associazioni è stata la palese realizzazione di quei sentimenti di accoglienza, solidarietà e integrazione ai quali si ispira questo lavoro teatrale. Una frase del protagonista della narrazione, Jamil, egiziano, rivolto a sua madre Fatma, è: “Sì madre, rispettare! Io voglio essere rispettato. Tutti sono bravi a riempirsi la bocca di tolleranza; ma si tollera ciò che dà fastidio, e io non credo di essere un fastidioso insetto! Tollerare è sopportare, tollerare è offendere! Io non voglio essere tollerato; io voglio essere rispettato in quanto essere umano.” E in questa collaborazione, oltre a un grande rispetto reciproco, è velocemente maturata una sana e spontanea amicizia, tant’è che alcuni ragazzi immigrati sono venuti da Caltanissetta per incontrare i loro coetanei compagni di recitazione qui a Canicattì un sabato sera, e trascorrere alcune ore insieme per i locali canicattinesi; e so che hanno previsto altri incontri per andare al mare.

  Tutto questo è reale e bellissima integrazione. L’etimologia della parola integrare è: “rendere integro, nello stato di prima della divisione”, dunque un completamento, quindi un arricchimento; anche se, purtroppo, la mentalità comune percepisce lo straniero in generale come un problema. Ciò è la psicologia contorta derivante dai sentimenti di paura e diffidenza nei confronti del “diverso”; paura più culturale che atavica (i bambini naturalmente giocano tra di loro senza fare discriminazioni sul colore della pelle), che blocca la volontà di approfondimento e conoscenza.  

  Questa collaborazione è nata la scorsa primavera quando amici ci hanno parlato del Vice Prefetto di Caltanissetta, con delega all’immigrazione, Dottor Gabriele Barbaro. Con mia moglie (Lella Falzone) lo abbiamo incontrato una bella mattina primaverile davanti il bar di Villa Amedeo, a due passi dalla Prefettura appunto. Ci aspettava lì col suo cane, una giovane Pit Bull più mansueta di un agnellino di nome Jamila. Ci siamo messi a ridere per la coincidenza, dato che il protagonista della nostra storia è Jamil, che in arabo fra l’altro significa “bello”. Un segno del destino? Ci siamo presi un caffè e poi abbiamo parlato del progetto di collaborazione. Gabriele (adesso ci diamo del tu) ci ha fatto subito simpatia. E’ un giovane palermitano, pacato, garbato e molto appassionato del suo lavoro; in seguito è venuto a trovarci qui a Canicattì insieme a Toseef Ahmed Khan, presidente dell’Associazione “Immigranti Solidali”, simpatico, serio ed efficiente pachistano che parla molto bene l’italiano; Fiorella La Tona, adorabile segretaria dell’Associazione, che svolge il suo ruolo con molto amore e sincera passione; Ahmed, il giovane e sveglio ragazzo somalo che ha cantato e recitato nella sua lingua nello spettacolo; Ebrima, del Gambia, che ha pure recitato (i due si sono fatti subito voler bene dai ragazzi della Compagnia), e Jamil che a Caltanissetta gestisce un locale dove fanno il kebab. Dopodiché quasi ogni settimana sono venuti alle prove dello spettacolo che alla fine abbiamo realizzato appunto ieri sera.

  Gli attori della Compagnia che con grande bravura e dedizione hanno partecipato allo spettacolo sono: Emanuela Carlino, Roxana Curta, Nicolò Curto, Ebrima Dampha (del Gambia), Antonio Di Natale, Luigi Giorgio, Alessia La Morella, Fabiana Lo Verme, Francesca Moncado, Moira Nicosia, Maria Concetta Ragazzo, Dalila Ricotta e  Roberta Urso. Il corpo di ballo è composto da: Rosaria Arrostuto, le sorelle Giulia e Veronica Crapanzano, Flavia Farruggio, Giorgia Ferrante Bannera, ancora Francesca Moncado e Dalila Ricotta, e Noemi Terrana. I cantanti: Ahmed Isack (somalo) e Morena Messina. Le comparse per la scena della partenza col barcone e il successivo tragico naufragio sono: Fadi Dijanko, Darboe Lamin, Abubeker Seku, Diall Baba e Alamin Mohamed. Ragazzi, vi voglio molto bene! Siete grandi e molto puliti.

  Per meglio esprimere il clima di armonia e affettuoso cameratismo che contraddistingueva le prove dello spettacolo, di seguito trascrivo la profonda riflessione su questa esperienza teatrale scritta da Morena Messina, la giovanissima cantante che ha cantato <<Terra ca nun senti” di Rosa Balistreri, con una dolcissima e limpida voce da usignolo: “Il gruppo che compone la mia Compagnia Teatrale non è solo costituito da giovani che si divertono a trascorrere il loro tempo recitando, ma anche da persone che hanno vissuto queste esperienze sulla loro pelle; infatti, siamo arrivati qui per vie diverse. L’esperienza di poter conoscere persone “diverse” ci dà l’occasione di rompere quel muro chiamato differenza, che da anni separa varie popolazioni del mondo.

  Attraverso il nostro amore per il teatro abbiamo potuto conoscere non solo persone ma veri e propri soldati; soldati della loro stessa vita e pensiamo che loro siano i veri vincitori, perché, nonostante le mille cicatrici che segnano i loro sguardi, riescono a sorridere. Grazie a loro abbiamo capito che il vero senso del vivere è lottare sempre, non arrendendosi mai, e la migliore bandiera in grado di mostrare la nostra vittoria è proprio il nostro sorriso. Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere il significato dell’espressione “siamo tutti uguali”; ognuno con le proprie caratteristiche: le une che completano le altre.  Solo tutti insieme possiamo essere qualcosa d’importante, quella cosa chiamata umanità, che non si limita ad essere un insieme disordinato di cose, ma un insieme di vite che possono dare un equilibrio perfetto, proprio come gli atomi che essendo fatti della stessa materia, ma con diverse caratteristiche, unendosi trovano la stabilità per creare un mondo perfetto.>>.