E' capitato a tutti: quando andiamo da qualche parte o partiamo, il viaggio di ritorno sembra sempre più breve di quello dell'andata. Questa illusione temporale viene chiamata "effetto da viaggio di ritorno" ed è stata analizzata da alcuni esperti dell'Università di Tokyo: questo effetto esiste ed è reale, ma è sulle ragioni che bisogna interrogarsi.

I ricercatori hanno svolto un esperimento: a due gruppi di persone sono stati mostrati filmati di due camminate, della durata di 20 minuti ciascuno; il primo gruppo ha visto un video in cui il cameraman va dal punto S (start) al punto E (end), e poi un altro in cui viene rifatto il percorso al contrario. Il secondo gruppo ha visto invece il primo filmato di andata (come gli altri), ma poi ha visto un secondo filmato diverso: la distanza tra i due punti era la stessa, ma cambiava l'itinerario della passeggiata. Solo il primo gruppo, di fatto, sosteneva che il secondo filmato fosse più breve del primo.

Perché il viaggio di ritorno sembra sempre più breve?

Già alcune ricerche negli anni Cinquanta avevano affrontato il tema, dando due risposte a questa domanda: anzitutto, familiarità e prevedibilità del tragitto ce lo fanno considerare più breve. Quando facciamo un viaggio che ci è familiare, conosciamo i punti di riferimento e la mente si rilassa di più, quindi il tempo sembra scorrere più velocemente.

In secondo luogo, sarebbe l'aspettativa a renderci inaccurati. All'andata, quando viaggiamo, le nostre aspettative sono più alte e tendiamo a sottostimare la durata del tragitto, che può sembrare eterno. Al ritorno, invece, vuoi anche per la frustrazione, c'è un'aspettativa negativa che sovrastima la durata del tragitto. Questa percezione si può provare viaggiando con qualsiasi mezzo, ma sono necessarie due condizioni: la consapevolezza che ci sarà un ritorno e la non periodicità del tragitto (per i pendolari, quindi, non vale).