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Nella zona tra Catania e Messina ci sono le banane. Il gustoso e nutriente frutto, fa spesso capolino in orti a conduzione famigliare; ma c’è una donna che a Palermo ne ha fatto un business.

Si chiama Letizia Marcenò e a soli 23 anni ha avviato una sua coltivazione di banane su scala aziendale. Era il 2012 quando la tutor di Coldiretti Giovani Impresa, decise di aggiungere al podere famigliare nella Valle del Loreto, una coltivazione di banane per battere la concorrenza straniera. Accanto alle nespole e ai ben più conosciuti agrumi di Sicilia, la giovane imprenditrice ha dunque deciso di avviare una produzione industriale del tutto particolare.

Il clima secco, ventilato e un terreno fertile, ricco di minerali, ha infatti favorito l’innesto di diversi alberi della specie Musa x paradisiaca subspecie sapientum, in grado di dare appunto vita al frutto della banana; 6 ettari per una 40ina di caschi l’anno, una produzione ancora limitata ovviamente, ma che si spera nei prossimi anni possa superare e surclassare, almeno la vendita locale del prezioso frutto ricco di potassio, proveniente dalle Americhe.

Un prodotto italiano totalmente a chilometro zero, che la famiglia di Letizia ha iniziato a immettere sul mercato già 10 anni fa per combattere la crisi. E a coloro che le contestano se proprio un prodotto come la banana possa diventare tipico, la giovane agricoltrice risponde: «Io credo che occorra anche un discorso di educazione alimentare, perché spesso il consumatore non sa quello che c'è dietro un prodotto, e allora acquista basandosi solo su questioni di convenienza economica.»

La banana è arrivata in Occidente tramite gli Arabi, che la portarono in Africa dall’Asia. Ed è in realtà l’India il più importante produttore di banane dolci al mondo, con 21,7 milioni di tonnellate; a seguire altre nazioni del mondo Occidentale come Ecuador e Brasile, da cui arriva la maggior parte delle banane che si trovano sui nostri mercati.

Polpa gialla e profumata, sapore zuccherino e una cartella nutrizionale tra le più complete, questo frutto tropicale viene indicato sia per combattere la fame che per contrastare i problemi cardiocircolatori; ed è anche molto conosciuta per il suo effetto calmante. Insomma un vero toccasana, che se abbinato ad altri alimenti come latte, yogurt e cereali, sia in forma fresca che disidratata, può costituire un pasto completo, e sano.

Molti pregiudizi seguono ancora il frutto giallo di forma ricurva della famiglia delle Musacee, che ormai anche i dietologi più affermati non consigliano di eliminare dalla dieta, anzi. La banana è sì un frutto dolce ma ha un basso indice glicemico, il che significa che è una manna per il cuore, perché contiene un nugolo di sostanze anticolesterolo, le pectine, ovvero zuccheri complessi che si comportano come le fibre.

La banana dunque non solo contribuisce a farci sentire più sazi più a lungo, ma ci aiuta anche a digerire risparmiandoci dalla costipazione, ed è anche in grado di abbassare, di fatto, i livelli di colesterolo cosiddetto ‘cattivo’ e di glucosio nel sangue.
È inoltre un’ottima risorsa di vitamine, dalla A alla PP, passando per alcune vitamine del gruppo B e dall’acido ascorbico (vitamina C), il nostro alleato contro malanni di stagione e dimagrimento; contiene inoltre ferro, potassio, e fosforo, ed è anche in grado di stimolare la produzione di serotonina, l’ormone del buonumore, nello stesso quantitativo calorico di una bella mela o di una grossa fetta di cocomero.

E speriamo che questa recente scoperta non subisca, proprio ora, lo stesso addio alle banane annunciato diversi mesi fa sui mercati internazionali. È infatti dell’aprile scorso la notizia di un malattia mortale che affligge i banani; l’allarme è stato messo in circolazione dalla FAO, l’organo mondiale per la lotta alla fame.
Il noto frutto dolce che fino ad ora si era rivelato resistente ai parassiti, è stato infatti colpito da un fungo, così come accadde già tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e anche allora non ci fu nulla da fare.

La malattia, denominata “Tropical Race 4” non prevede infatti una cura; e dopo aver devastato le piantagioni di Australia e Asia, si pensa sia già passata in America Latina e Africa, dove potrebbe provocare un drastico calo nella produzione, con grosse conseguenze economiche per i Paesi che ne ricavano il sostentamento, proprio dalla sua coltivazione.

Autore | Enrica Bartalotta