Foto di Giuseppe BorboneChiunque abiti o sia passato dal Teatro Massimo di Palermo almeno una volta, avrà fatto sicuramente caso alla frase che campeggia sotto la trabeazione. Ma di chi è veramente quell’arguzia e che cosa vuol dire?

Il Teatro Massimo è stato costruito dall’architetto palermitano Giovan Battista Filippo Basile, secondo i canoni della bellezza neoclassica. La sua edificazione, su oltre 7.700 metri quadrati, fu disposta dal Comune di Palermo nell’area oggi occupata da piazza Giuseppe Verdi, nel 1875, e infine portata avanti e conclusa dal figlio, Ernesto Basile, nel 1891, anno della sua inaugurazione.

Il Teatro Massimo è l’edificio dei record. Oltre ad essere la struttura più grande mai adibita a teatro lirico in Italia, tra gli edifici teatrali più grandi d’Europa è il terzo. Per realizzarlo venne creata una gru ad hoc alimentata a vapore, che si muoveva secondo un ingegnoso e innovativo sistema di carrucole e pulegge; le sculture e le decorazioni delle opere murarie furono inoltre affidate ad un elevato numero di maestranze, 150 delle quali esperte specificatamente nell’intaglio dei blocchi di pietra.

Numeri incredibili che però ancora non spiegano chi possa aver pensato al motto disposto sul frontone.
Il teatro lirico di Palermo è infatti stato concepito secondo le caratteristiche di un edificio religioso greco-romano; presenta quindi un’entrata a colonne con un timpano e un transetto su cui infine svetta una cupola.

Sulla facciata principale è inoltre scolpita la frase “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”, che vuole stare a significare come il diletto, ovvero il piacere, l’intrattenimento, siano il sale necessario per la vita ma siano completamente inutili se non vengono assoggettati al progredire di un popolo.

Tale frase fu facilmente attribuita al Giuseppe Verdi, che non solo ha dato il nome alla piazza si cui sorge l’edificio, ma in qualità di compositore e musicista, sembrava potesse essere il più adatto a riferire un tale pensiero.

In realtà il grosso delle documentazioni a nostra disposizione e più che altro, del ‘vociare di corridoio’, vorrebbe che questa frase sia di competenza di Luigi Pirandello, ma anche e perché no, farina del sacco di Giovanni Verga, dello stesso Ernesto Basile e persino di Andrea Camilleri, che però all’epoca dei lavori non solo non era ancora nato, ma non era nemmeno un lontano pensiero.

Di chi dovrebbe dunque essere quella frase? E come ci è finita lì?
Secondo lo storico Rosario La Duca, il motivo potrebbe tranquillamente essere attribuito a Francesco Paolo Perez: patriota, senatore del Regno e sindaco della Palermo di allora.
Fu colui che finì in carcere durante i moti del ’48 assieme a Ruggero Settimo e Vincenzo Fardella di Torrearsa.

È considerato ancora oggi un precursore dei tempi, in quanto fu uno dei primi a parlare di federalismo in Italia e in Sicilia; sua fu infatti l’idea di una confederazione di Stati autonomi decentrati dal potere politico centrale della Capitale, Roma, il cui ruolo più determinante era da affidare ai Comuni.

Decorato due volte, prima con l’ordine cavalleresco di Gran Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro e poi con l’onorificenza nazionale dell’Ordine della Corona d’Italia, fu anche ministro dei Lavori Pubblici del Regno d’Italia dal 1877 al 1878 e ministro dell’Istruzione Pubblica nel 1879, sotto il governo Cairoli II.

Oggi è ricordato con un monumento conservato presso la chiesa di San Domenico, in Palermo, opera di Domenico De Lisi, e con un busto marmoreo, fatica del Francesco Sorgi, disposto presso la piazza della stazione ferroviaria di Santa Flavia, comune in provincia di Palermo.

 

Autore | Enrica Bartalotta