02Ripensando ai tempi della mia primissima infanzia, ma soprattutto a ciò che ho sentito raccontare da quelli  che mi circondavano, mi sembra quasi impossibile che la gente riuscisse a sopravvivere in situazioni igienico-sanitarie così precarie.
La storia c’insegna che , già ai tempi più antichi, Roma era stata dotata della cloaca maxima; in Francia ho avuto l’occasione di ammirare il ponte sul fiume Gard costruito secoli e secoli fa per farvi passare i tubi dell’acquedotto … e in Sicilia invece, specie nei piccoli centri, fino ad una sessantina di anni fa, mancavano fogne e acquedotti, ed anche nei comuni più prestigiosi, l’erogazione dell’acqua era scarsa e saltuaria. Le case mancavano totalmente di servizi igienici e i loro abitanti erano costretti a servirsi di “giarri", “lanceddri,”  “quartari" ,”bummula”,”nzira”(anfore  in terracotta di varie misure e modelli) per tenervi l’acqua potabile, mentre per la pulizia e i servizi igienici si usavano “bagneri”, “lemmi” ( vaschette), “cati” (secchi), “bucala” e “bucaluna” (boccali di varie misure), “vacila” (bacinelle) in alluminio, smalto, zinco e ceramica, e poi ancora: “cantari” in ceramica giallastra e “rinala” (vasi da notte) in smalto bianco, porcellana o ceramica, spesso finemente decorati.
 I  problemi più gravi erano costituiti dall’approvvigionamento idrico e dallo smaltimento dei rifiuti liquidi e solidi: l’acqua veniva fornita dai “cannola”(fontanelle dislocate in diverse zone dell’abitato) e dalle “brivatura”(abbeveratoi), vasche presenti soprattutto nelle zone periferiche dei paesi, nate per abbeverare le bestie, ma utilizzate anche dalle persone.
Le donne ogni giorno andavano “all’acqua” con grandi “lanceddri” che portavano in braccio o sulla testa , adagiate su una specie di piccolo turbante di stoffa. Gli uomini, tra cui gli “acqualori” (venditori di acqua), invece, il più delle volte andavano a riempire l’acqua con due grandi “varlira” (barili) sospesi ai lati della “vardeddra” (sella da lavoro) della loro “vestia” (cavalcatura) e li riempivano con lunghi tubi di gomma senza scaricarli dagli animali che spesso nel frattempo si abbeveravano anch’essi.
Le persone  che non potevano o non volevano curarsi personalmente dell’approvvigionamento idrico della loro casa, compravano l’acqua da questi “acqualori” i quali portavano  i barili fin dentro le case, anche nei piani superiori e li svuotavano direttamente dentro le “giarri”. Da lì l’acqua sarebbe stata attinta di volta in volta con “bucala” (boccali) di alluminio o di smalto  che venivano immersi e riempiti direttamente dentro la giara(con buona pace dell’igiene) ed utilizzata per riempire le “pignati”(pentole) per cucinare, o “bagneri” e”vacila”(bacinelle) per lavare o lavarsi… e spesso, se si aveva sete, la si  beveva direttamente dal “bucali”.
Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, i solidi , venivano raccolti in appositi vasi(i “càntari”),o in sacchi,o in “carteddri” (ceste di canne e bambù) e buttati a tarda sera o all’alba, nei “fumirara” ( immondezzai) che sorgevano a ridosso della periferia. I liquidi: acqua sporca, saponata, resti alimentari, urine…e chi più ne ha più ne metta, venivano versati direttamente e con naturalezza da finestre e balconi ricoprendo di una perenne fanghiglia il selciato delle stade.
La situazione era un po’ migliore in città e nei paesi più grandi, dove  le fogne e l’acqua corrente erano arrivate molto prima. Ma i bagni con tutti i servizi igienici a cui oggi siamo abituati erano molto rari: anche le famiglie benestanti si accontentavano di un water e un lavandino spesso ospitati in un angolo della cucina o in qualche camerino privo di ogni confort .
Io non ricordo il momento in cui furono costruite le fogne nel mio paese, ma  ai miei tempi l’abitudine di buttare i liquidi dal balcone c’era ancora…
Ricordo invece perfettamente il momento in cui per la prima volta l’acqua sgorgò dal rubinetto  che i miei avevano montato “pi billizza”( per ornamento) sul lavandino … me lo ricordo benissimo! Ricordo la gioia per noi bambini nel fare scorrere l’acqua aprendolo al massimo, bevendo a garganella e bagnandoci tutti i vestiti e prendendo rimproveri e ramanzine dai genitori! E poi ricordo il primo dentifricio e il primo shampoo, entambi in polvere, comprati per corrispondenza, perché nelle “putie”(negozi) locali ancora non ne vendevano.