Foto di Delphine TrovatoIn questi giorni ad Agrigento ci si chiede se sia giusto far pagare la tassa di soggiorno. Alcuni pensano possa essere un deterrente, altri credono non possa che servire a dare una spinta al turismo.

Si tratta di un imposta di carattere locale che vuole avere l’obiettivo di facilitare e migliorare la fruizione turistica.
Presente nel nostro Paese già all’inizio del secolo scorso, inizialmente questa tassa era applicata alle stazioni termali e balneari; ora i Comuni che lo desiderassero possono però farla pagare a tutti i turisti che frequentino le proprie strutture ricettive.

Nei luoghi d’arte e nelle città turistiche d’Italia, i risultati si sono rivelati però contrastanti. Oltre alle mille polemiche sollevate, la tassa di soggiorno sembra essere una scusante per i dirigenti ‘scansafatiche’, che anziché riversare le somme guadagnate per investire nel turismo e migliorarne i servizi, potrebbero invece girarle su altre iniziative comunali.

Ed è proprio questo che stanno cercando di capire al Comune di Agrigento, già da fine novembre.
Mentre il consiglio cittadino si divide nettamente in due tra favorevoli e contrari, in Sicilia sono proprio gli esponenti turistici a dire no; Confcommercio, Federalberghi, Assohotel e Confesercenti sono tutti uniti sul fronte del rifiuto: secondo loro infatti, anziché essere una “possibilità di introito dei comuni da investire sui servizi essenziali al turista, molto spesso viene invece usata per coprire buchi, determinati dell’incapacità gestionale dell’importante settore economico e finanziario di ogni singolo comune”.

Secondo le stime fin qui raccolte, i margini di guadagno per una piccola città sono altissimi: si va da più del 7% di Montecatini Terme, ad un misero 0,3% di città come Milano e Roma. Eppure a Butera si parla di virtuosismi; la tassa di soggiorno ha infatti già fatto guadagnare alle case comunali ben 200mila euro, a fronte di una previsione di soli 80mila.

Nel comune in provincia di Caltanissetta, la tassa è stata approvata soltanto all’inizio dell’anno scorso, ma ad Agrigento temono possa aumentare lo scetticismo nei turisti, favorendo solo quel tipo di vacanza ‘mordi e fuggi’ che non sarebbe abbastanza per la Valle dei Templi.

L’imposta di soggiorno è entrata in vigore per la prima volta nel 2011 a Roma; e oggi è già una realtà in diverse città d’interesse storico, artistico e culturale della Penisola: come Pisa, Siena, Venezia, Verona, con modalità differenti per ogni comune.

A Rimini ad esempio, la capitale del divertimento estivo, la tassa di soggiorno si paga fino a 7 pernottamenti consecutivi, e ne sono esenti sia gli autisti di pullman che gli accompagnatori turistici. A Milano non la pagano i minori e i giovani al di sotto dei 30 anni, residenti negli ostelli; ma anche chi ha un parente ricoverato in una struttura di cura, chi accompagna un disabile ed è gratis anche per tutti coloro i quali abbiano la necessità di soggiornare in un residence o appartamento per più di 15 giorni.

L’imposta ha riscosso particolare successo anche a Catania, dov’è presente già dal 1° settembre 2011.

Autore | Enrica Bartalotta

Foto di Delphine Trovato