"Nel caso di rifiuto manifestato dal paziente a trattamenti terapeutici, non è comunque invocabile dal medico la scriminante dello stato di necessità". È quanto affermato nella sentenza del giudice che il 6 aprile 2018 ha riconosciuto la responsabilità penale di un medico per aver praticato un trattamento sanitario contro l'espressa volontà di una paziente. Il medico siciliano è stato condannato a un mese per il reato di "violenza privata". 

La paziente è una giovane testimone di Geova, che all'epoca dei fatti aveva 24 anni ed era in gravidanza, a cui venne somministrata una trasfusione di sangue contro la sua volontà. Il medico "aveva cercato di aggirare il rifiuto della paziente chiedendo l'autorizzazione al Pubblico Ministero con la motivazione che la trasfusione coatta era necessaria per salvare la paziente e il feto (che invece era già stato dichiarato morto). La paziente in questione, invece, non era mai stata in pericolo di vita, dicono i magistrati, ed era sempre rimasta "cosciente, lucida e nel pieno delle sue capacità", scrive il giudice. 

Per praticare la trasfusione, infatti, "era stato necessario che due infermieri immobilizzassero la giovane donna, che in lacrime continuava a opporsi a quel trattamento", come afferma una nota dei testimoni di Geova. La sentenza oltre a confermare che "il Pubblico Ministero di turno non è l'autorità competente ad autorizzare un trattamento sanitario coattivo", spiega chiaramente che va riconosciuto al paziente il diritto di rifiutare un trattamento sanitario, "anche se tale condotta lo esponga al rischio stesso della vita".

In tema di consenso informato nella trasfusione di sangue, "non può non rilevarsi la peculiarità della fattispecie in cui sia il Testimone di Geova, maggiorenne e pienamente capace, a negare il consenso alla terapia trasfusionale, essendo in tal caso il medico obbligato alla desistenza da tale terapia posto che, in base a principio personalistico, ogni individuo ha il diritto di scegliere tra la salvezza del corpo e la salvezza dell'anima". Viene così ribadita la piena libertà di scelta in tema di trattamenti sanitari.