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PALERMO – Da sabato apre per la prima volta al pubblico il convento di Santa Caterina di piazza Bellini, nel cuore di Palermo, che si porta dietro una storia lunga sette secoli. Ad ogni modo la riapertura sarà per pochi giorni e non in "versione integrale", per così dire: gli appassionati, sottolinea il "Giornale di Sicilia", potranno vedere il chiostro maiolicato con la fontana progettata da Ignazio Marabitti e la statua di San Domenico, il giardino che riecheggia la bellezza del cosmo, la sacrestia, la sala capitolare dove le suore leggevano e apprendevano le regole dell’ordine monastico, la sala della priora che ancora mostra alle pareti le ceroplastiche con santi e bambinelli fatte dalle suore.

Questi luoghi, che la Curia farà diventare museo etno-antropologico e centro di teologia della bellezza, raccontano una storia antica e custodiscono molti segreti che sarà possibile svelare. Il convento, con il suo enorme complesso e la chiesa con una cupola gigantesca, fu costruito tra il 1310 e il 1329 per volere di Benvenuta Magistro Angelo appartenente a una ricca famiglia aristocratica. Nel Quattrocento la struttura è diventata convento per monache di clausura. Ne ha ospitate tante, in un certo periodo anche 400. La maggior parte provenivano da influenti famiglie nobiliari. Ma non tutte, ricorda la storica Patrizia Sardina, varcavano quelle grate per una libera scelta.

Poche per vocazione, altre per evitare un matrimonio sgradito, alcune per preservare l’eredità patrimoniale di fratelli con un destino già progettato nel segno della ricchezza e del potere. Il convento fu un punto di snodo di rapporti complessi e di alleanze politiche e sociali. Il monastero visse per questo in una grande prosperità ma fu anche un luogo in cui si confezionavano medicamenti e cosmetici con le rose coltivate in giardino.