01Addio all’euro? Se ne parla da tempo. Ma, adesso, sembra che l’argomento non sia più per soli addetti ai lavori. L’uscita dell’Italia da questa disastrosa moneta unica di mezza Unione europea sta diventando, per fortuna, un argomento di tutti. O meglio, di tutte le persone di buon senso (ricordiamo, a chi l’avesse dimenticato, che una decina di Paesi che aderiscono all’Unione europea non hanno aderito all’euro e, guarda caso, sono i Paesi europei dove la recessione non è mai arrivata).

Fino a qualche tempo fa i Soloni da quattro soldi dicevano che l’uscita dall’euro avrebbe provocato al nostro Paese una crisi economica tremenda. Oggi che l’Italia è con le pezze al culo, con una crisi economica mai vista, più pesante della Grande crisi degli anni ’30 del secolo passato, questi signori non sanno più cosa dire. Insomma, i danni che sta provocando l’euro sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi proponiamo ai nostri lettori un sistema semplice per uscire dall’euro che è stato illustrato lo scorso anno da un matematico palermitano. L’argomento è stato pubblicato un piccolo, ma battagliero settimanale cartaceo, ‘Un’Idea’. E poi ripreso dal quotidiano on line, LinkSicilia.

Il sistema dovrebbe riportare il nostro Paese alla vecchia lira o a una qualunque altra moneta. Ipotizziamo di voler tornare alla vecchia lira. Il passaggio dovrebbe avvenire con il cambio alla pari: un euro, una lira. Per gl’italiani non cambierebbe nulla: chi oggi guadagna, ad esempio, 2 mila euro al mese, guadagnerebbe 2 mila lire al mese.

Dopo qualche mese il Governo italiano dovrebbe iniziare a svalutare la lira. La svalutazione non dovrebbe essere pesante, ma leggera: prima una svalutazione del 5 per cento, poi del 10 per cento, poi del 15 e via continuando. Fino ad attestarci, grosso modo, a una svalutazione del 50 per cento rispetto all’euro. Questo dovrebbe avvenire nell’arco di due anni.

La svalutazione darebbe una grande spinta all’economia italiana, che ricomincerebbe ad essere competitiva sui mercati internazionali. Questo è un punto fondamentale: l’economia italiana è competitiva. Diventa poco competitiva ed entra in crisi perché c’è l’euro, una moneta pesante che impedisce alle imprese di esportare.

Il debito pubblico che l’Italia ha con gli investitori internazionali andrebbe rinegoziato e pagato in lire. I creditori si lamenteranno un po’, ma poi sarebbero costretti a calare le corna. Anche questo passaggio è importante: una volta che i nostri creditori dovranno essere pagati in lire, avranno tutto l’interesse a mantenere stabile la lira. Ricordiamoci che, una volta ritornati alla lira, sarebbe il nostro Paese ad emettere la moneta. Ciò significa che se i creditori dovessero richiedere il debito a condizioni inique, potremmo sempre stampare moneta, pagare i debiti e mandarli a quel paese. Si creerebbe inflazione e, quindi, deprezzamento della lire: ma questo non sarebbe più un problema solo nostro, ma anche dei nostri creditori, che avrebbe più interesse di noi affinché ciò non si verifichi.

Ah, dimenticavamo: il ritorno alla lira dovrebbe svincolare la stampa di moneta del nostro Paese dal debito pubblico. Va abolito l’enorme danno prodotto all’Italia da due personaggi: Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi. Sono stati questi due signori a incasinare il nostro Paese, imponendo vincoli sbagliati all’immissione di moneta in circolo in Italia. 

Un Paese dotato di una propria Banca centrale non ha bisogno di vincoli per produrre moneta. Una volta c’era il legame con l’oro. Dai primi anni ’70 del secolo passato questo vincolo non c’è più. Svincolando la produzione di moneta dal debito pubblico si eliminerebbe alla radice questo problema.

Il nostro, insomma, dovrebbe tornare ad essere un paese keynesiano, chiudendo l’esperienza con gli ottusi (e massoni) banchieri della Bce.     

Di Giulio Ambrosetti