CatturaAgostino Fausto La Lomia fu un nobile e uno scrittore siciliano. Nacque a Canicattì il 30 gennaio del 1905; ed è soprattutto noto per il suo ruolo di arcade minore dell’Accademia del Parnasso.

Ultimo rampollo dei La Lomia, Agostino Fausto fu signore di Giantonnina, barone di Renda, Carbuscia e Torrazze, e abate laico della Legazia sicula. La storia delle sue opere letterarie, orientate a far conoscere il folclore canicattinese e siciliano, è legata soprattutto al suo personaggio, ironico ed eccentrico, che lo portarono a divenire parte, nel 1922, del nucleo reggente dell’Accademia del Parnasso, un’istituzione umoristica volta a farsi beffe di tutto ciò che nella vita sembra greve o degno di nota, con l’obiettivo nobile di combattere l’ignoranza e il malcostume dell’epoca. Alla cara Accademia, il barone dedicò l’isola di Capo La Croce quale sede estiva, a cui si affiancava già quella cittadina di Canicattì e una in campagna con annesso podere. La piccola formazione terrestre nel mare di Taormina, era stata proclamata dallo stesso barone, capitale del Regno di Sicilia, di cui erano Referendari il suo gatto ed il suo merlo, da cui non si separava mai; il barone diede vita ad una vera e propria Costituzione e dispose tutte le caratteristiche anche di un nuovo Parlamento, simile a quello legittimo, che si componeva di tre diramazioni: il ramo feudale, composto da 56 baroni, il ramo demaniale, istituito da Federico II di Svevia con i 42 sindaci delle città, e il ramo spirituale, formato dai ministri religiosi privati degli incarichi ecclesiali.

Fu anche Presidente del Banco di Credito siciliano e insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, un titolo che però non gli impedì il tracollo finanziario, a cui fece seguito anche la perdita di un suo palazzo sito in piazza Politeama a Palermo; la crisi economica lo portò verso un lungo periodo di isolamento presso la sua Canicattì.
Il 22 ottobre del 1967, segna il giorno della rinascita di Agostino La Lomia, attraverso le celebrazione, accompagnate da vino rosso, pane e mandorle, dell’edificazione del suo sepolcro. Il barone era stato molto preciso sulle disposizioni legate al giorno del suo funerale: voleva infatti essere deposto nudo, nella bara, e che sul coperchio del suo sarcofago, venissero deposti 40 sacchetti di terra, ognuno di essi a rappresentanza dei suoi numerosi possedimenti. Delle esequie dovevano occuparsi ben 16 becchini, provenienti da ogni parte del mondo; i quali avrebbero dovuto essere accompagnati da un notaio dalla mano adunca, da un ingegnere provvisto di piccone e da un politico con in mano una forchetta. La salma doveva poi essere deposta in una vettura funebre trainata da cavalli bianchi, cui seguivano in corteo quattrocento ufficiali, la banda di Acireale, e inservienti con vassoi carichi di gelati per i partecipanti.

Il barone morì il 21 gennaio 1978 a Catania; il suo funerale, molto diverso da come egli lo aveva previsto solo anche anno prima, si svolse nella chiesa di San Domenico di Canicattì a seguito del quale il corteo, portato avanti da una cinquantina di carrozze e un drappello di persone.
Noto anche per i suoi studi sul folclore, Agostino La Lomia contribuì, attraverso una generosa schiera di pubblicazioni e scritti, alla divulgazione del folclore canicattinese e siciliano all’interno dell’Isola.

 Autore | Enrica Bartalotta