01Il Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè” è un ente di diritto pubblico di proprietà del Comune di Palermo. Voluto nel 1909 dallo storico, medico, scrittore e antropologo Giuseppe Pitrè, presenta oggi due sedi; la principale è situata presso il Parco della Favorita, presso una delle dipendenze della Casina Cinese voluta da re Ferdinando IV di Borbone.

L’ente è stato realizzato allo scopo di conservare e custodire i molteplici reperti scoperti dallo studioso palermitano, nel corso della sua vita, che rappresentano e testimoniano la vita e le tradizioni popolane di Sicilia: dai miti alle credenze, dai mestieri alle consuetudini. Si va dalle statuette del presepe alla ricostruzione delle abitazioni rurali ed urbane dell’Ottocento, fino ad arrivare alle documentazioni, anche private dello storico stesso, conservate presso la biblioteca annessa all’edificio.

Si tratta di una collezione imponente: più di 4.000 oggetti ritrovati dal Pitrè e 1.500 provenienti da donazioni private e dell’ex Museo Nazionale di Palermo, sono distribuiti in venti sezioni e trenta sale, conservati in teche e circondati da didascalie esplicative. Precedentemente, la collezione era stata ospitata presso la vecchia costruzione scolastica sita in via Maqueda, del Collegio dell’Assunta. Oggi, Il Museo Etnografico è stato omaggiato di una seconda sede, nello storico Palazzo Tarallo di Ferla-Cottone d’Altamira, inaugurata nel 2007.

Presso la sede principale della Favorita, prendono posto gli esempi tipici dell’architettura rustica siciliana, e tutto ciò che era inerente all’attività agricola e dei pastori, dagli attrezzi ai corredi, fino ai costumi. Una sezione è infatti dedicata alla tessitura e filatura, con l’archetipo del telaio attorniato dagli utensili del tempo e dai tessuti. È presente anche un vasto campionario di stoffe tradizionali di tipo bizantino, come quelle che caratterizzano gli abiti tradizionali dei siciliani di Piana degli Albanesi. Sempre in questa sezione, è conservato il tradizionale tiraz, ovvero il laboratorio di filatura, ricamo e tessitura di origine araba, di cui il quartiere della Kalsa ebbe presidio esclusivo per tutto il Novecento.
Il percorso prosegue fino alla zona degli arredi, corredi e costumi, con l’esposizione di esempi di biancheria finissima e degli oggetti d’uso quotidiano che venivano dati in dote.

Oltre alla naca, culla in stoffa proveniente da Partanna, e al pettine del telaio, che veniva regalato in dote, sono stati esposti anche i costumi tipici della civiltà pastorale dell’Ottocento siciliano: la giubba, che veniva associata ai vrachi (pantaloni) in capra e ai scarpi di pilu. Vi sono anche diversi esempi di cappelli, camicie e mutande, nonché i preziosi abiti della festa. I pastori portavano inoltre con sé una tasca, sempre in pelle d’animale, che aveva lo scopo di conservare e trasportare vino e cibo.

Nella sezione dedicata ai costumi si trovano anche quelli della popolazione femminile: dai più semplici, composti da un busto in cotone, baschina e falaro (il grembiule), che appartenevano alle contadine, a quelli più sofisticati in broccato. Completano inoltre la collezione, i finissimi collettoni in macramè che venivano applicati sullo scollo allo scopo di arricchire le vesti. Merita un discorso a parte, l’antico costume tradizionale delle donne di Piana degli Albanesi; l’antica comunità, rifugiatasi qui nel XV secolo per sfuggire alle oppressioni turche, vive ancora oggi e tramanda le sue tradizioni (per lo più orali) alle future generazioni. Una di queste ha a che fare con l’antica arte del ricamo, che a volte richiede anni per realizzare anche solo una parte del costume, di antica foggia bizantina, caratterizzato da ricchissime decorazioni in filo d’oro su fondo scuro e rosso.
Oltre alla ricca veste rossa e al bustino, è esposta anche la mandilina, il copricapo tipico, e il brezi, la grande cintura d’argento che raffigura i quattro Santi patroni della chiesa bizantina di Piana degli Albanesi: SS. Odigitria, San Giorgio, San Demetrio Megalomartire, San Nicola o San Vito.

L’esposizione permanente si chiude con l’evoluzione dell’arte della ceramica in Sicilia.
Dalle prime produzioni in argilla seccata al sole, fino ai ‘vrichi’ e alle ‘cannate’. Da segnalare sono sicuramente le zuppiere provenienti da Santo Stefano di Camastra, le lucerne, le bottiglie antropomorfe con incisioni preistoriche e la collezione di acquesantiere.

Presso la sede di viale Duca degli Abruzzi sono inoltre conservati tutti gli attrezzi che asservivano agli antichi mestieri, alla caccia e alla pesca, nonché i primi veicoli tradizionali. Meritano una menzione particolare, le opere dedicate ai presepi, i giochi tradizionali dei bambini e gli ex voto, nonché i carretti siciliani, le pitture su vetro e i Pupi. Una sala è poi stata dedicata alla sapiente ricostruzione della grande cucina dei Borboni. Presso la seconda sede, sita nel quartiere dell’Albergheria, sono invece conservati il teatrino dell’Opera dei Pupi, le portantine e i mobili settecenteschi, la ‘sala della memoria’ dedicata al Pitrè, e parte dei volumi della biblioteca.

Autore | Enrica Bartalotta