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A 16 Maxine Williams ha lasciato il suo Paese perché voleva entrare nella Ivy League; adesso è Global Director of Diversity per Facebook, ovvero colei che si occupa di dare una possibilità a tutti.

«A Facebook hanno capito che la diversità è fondamentale per realizzare la nostra missione: sviluppiamo prodotti per connettere il mondo, questo vuol dire avere dei team di persone che capiscano e rappresentino comunità, background e culture differenti», questo quanto dichiarato da Maxine al “Corriere della Sera” che l’ha intervistata.

8mila dipendenti, 500 uffici: Maxine ha il compito di rendere più omogeneo il suo posto di lavoro a sostegno delle minoranze, e lei che è figlia di una mamma single e ha la pelle scura, di diversità ne sa qualcosa; anche perché è uno dei temi più scottanti e in voga in questo periodo presso la Silicon Valley.

L’accesso alle elevate tecnologie, ma soprattutto alle risorse volte a convogliare i ragazzi verso un’istruzione superiore di qualità è da sempre soprattutto presidio dei maschi bianchi, possibilmente eterosessuali; eppure Facebook, attraverso la figura di Maxine, ma anche della sua Chief Operating Officer Sheryl Sandberg, sta dimostrando che non deve essere per forza così.

Al momento, tra i ‘big tecnologici’ americani, il piatto se lo dividono infatti caucasici ed asiatici; le altre razze sono rappresentate da percentuali minime del personale. A Facebook USA il 2% sono neri, il 4% sono ispanici, a fronte di un 34% di asiatici e un 54% di bianchi.
Ma la situazione non è più rosea nemmeno da Google, Yahoo! e LinkedIn, il noto portale che si occupa di ricerca di personale. Un discorso che si ripete di qualsiasi minoranza si tratti, anche delle donne.

Il rapporto a Menlo Park è di 3 donne assunte su 7 uomini; e si parla di diversità anche nei guadagni: laddove i colleghi maschi intascano 1 dollaro, per le donne si parla solo di 84 centesimi.
Nelle grande aziende tecnologiche della Silicon Valley le donne non rappresentano che un terzo delle presenze; una differenza di numeri che implica una differenza cognitiva inesistente. Ed è su questo tipo di differenze che sta cercando di lavorare la Williams con il suo ruolo: «supervisiono gli sforzi perché vengano reclutate e fatte crescere persone con un’estrazione diversificata».

Parità dunque, pur nelle nostre diversità è il motto. Niente quote rosa però. Presso l’azienda di Mark Zuckerberg non vi è alcuna imposizione necessaria. La parola d’ordine è ‘audacia’ e il riconoscimento di una semplice equazione: diverso significa più ricco, più creativo e dunque più remunerativo. Mostrare apertura a tutti significa automaticamente farsi buona pubblicità e favorire l’interesse sui propri prodotti da parte di tutti.

Più che la tecnologia in sé è ormai il comportamento sociale a fare delle aziende la differenza. E a Facebook stanno cercando di metterlo in pratica. Niente di meglio che usare la propria immagine di rilievo e rappresentanza, per invogliare le donne del mondo a specializzarsi in materie tecniche quali ingegneria, matematica, scienze ed alte tecnologie.

Ma a Menlo Park non si fanno solo chiacchiere. La società americana dal marchio bianco e blu, nata come un annuario telematico, oggi offre alle sue giovani reclute un vero e proprio programma di formazione, appoggiandosi ai corsi di piattaforme ‘per signore’ come Girls Who Code e YesWeCode; per non parlare poi dei percorsi di stage offerti dalla società e dagli incentivi messi a disposizione delle donne per l’ottenimento di borse di studio.

Piccoli, grandi cambiamenti che passano anche attraverso i “lean circles”, ovvero delle mini-tavole rotonde tra colleghi per facilitare lo scambio culturale tra uomini, donne e altre minoranze.

Autore | Enrica Bartalotta