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Le prime testimonianze scritte della coltivazione della lenticchia di Villalba si trovano nel libro Memorie di Villalba dello scrittore Giovanni Mulè Bertolo, edito nel 1900. In realtà, la coltivazione era già presente nel territorio. Questo prodotto appartiene alla tipologia a seme grande, tipica delle aree temperate.

Il picco di produzione si è visto tra gli anni Trenta e i Sessanta, quando circa il 30% della produzione italiana arrivava dalla Sicilia e, in particolare, proprio dal paese in provincia di Caltanissetta.

La lenticchia di Villalba era molto richiesta per le sue caratteristiche. In seguito, il costo della manodopera e le rese limitate hanno costretto molti coltivatori ad abbandonare la coltivazione. Il mercato, inoltre, si è sempre più orientato verso una riduzione del consumo di legumi e, al tempo stesso, a un aumento del consumo di lenticchie a seme piccolo, che hanno un minore tempo di cottura. Anche l’importazione di legumi esteri a prezzi inferiori ha fatto sì che diminuissero le coltivazioni.

A partire dagli anni Novanta, però, c’è stata una ripresa, grazie all’interessamento del CNR di Bari che ha fatto emergere le sue caratteristiche notevoli: dalle sue analisi è emerso che la lenticchia di Villalba si caratterizza per un elevato di ferro (talvolta oltre i 10 mg per 100 grammi di prodotto) e proteine, unito a un basso tenore in fosforo e potassio.

La coltivazione, a semina autunnale, avviene su terreno arato superficialmente e seminato a file distanti 80 cm circa. La raccolta si esegue manualmente a metà giugno, le piante sono raggruppate in piccoli fasci e lasciate essiccare all’aria aperta per 5-8 giorni fino alla separazione del seme, che è eseguita meccanicamente.

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