Credo che non capiti a tutti né tanto meno tutti i giorni poter prendere il sole e fare il bagno in mare a pochi metri dai resti di una meravigliosa Villa Romana della fine del I° secolo d. C.. Di un simile privilegio può godere chi decide di trascorrere una giornata di mare a Punta Piccola, appunto una piccola baia che lambisce una spiaggia di finissima sabbia situata a Realmonte, in contrada Durrueli, ad alcune centinaia di metri dalla famosa Scala dei Turchi. Il sito archeologico non si vede neppure se si è distratti o impegnati nella guida lungo la via Nerone che dai Lidi di Porto Empedocle e proseguendo per la SP 68 conduce a Capo Rossello, nascosto dietro la recinzione metallica da arbusti e canneti spontanei e in prossimità della Villa da un’alta siepe di Cipresso di Leyland. Dal primo cancello chiuso con un lucchetto si vede una casa rustica ristrutturata, probabilmente adibita a deposito per attrezzi, e una porzione di terreno rettangolare con arbusti separato dal resto del sito archeologico da un fitto canneto. Poco più avanti, in prossimità di una curva, a sinistra e seminascosto c’è un altro grigio cancello anch’esso chiuso con un lucchetto, che dovrebbe essere l’ingresso principale, attraverso il quale si può sbirciare furtivamente direttamente dentro il sito. Attraverso le sbarre di questo cancello e del terzo chiuso con una catena arrugginita, si riescono a vedere una grezza casupola, probabilmente ufficio dei custodi, alcune eleganti colonne mutile e i bassi resti di muri sullo sfondo azzurro e abbagliante del mare.

  Vera magnificenza antica in riva al mare. Sempre da questo cancello si scorgono inoltre un totem pubblicitario bianco e arancione con i loghi della Comunità Europea, della Repubblica Italiana, della Regione Sicilia e del Programma Operativo FESR, un tipico cartello esplicativo dalla cui foto ingrandita si può leggere il titolo del testo (L’OPUS TESSELLATUM DI TRADIZIONE ITALICA) con  affiancate due foto di mosaici, e più defilate verso destra alcune tettoie di protezione dei pavimenti in mosaico, con i tubi Innocenti di sostegno arrugginiti. Insomma, spiando dall’esterno si può vedere quanto basta per capire che si tratta di uno straordinario sito archeologico collocato in una posizione invidiabile, più unica che rara per una Villa romana. Andando a memoria, ricordo che in Sicilia solo i templi di Selinunte godono di simile incantevole posizione a pochi metri dalla battigia, anche se in questo caso si tratta di un antico luogo di culto e non di una Villa che oggi definiremmo di lusso.

  La Villa, una tipica Domus romana composta da una zona residenziale e una termale, fu rinvenuta per caso nel dicembre del 1907 durante i lavori per la realizzazione della ferrovia che, passando da Porto Empedocle e Realmonte, doveva collegare Agrigento con Siculiana. Il tracciato ferroviario, oggi dismesso, venne deviato un po’ più a monte per salvaguardare il sito e poter avviare gli scavi per portarlo alla luce, che tra i mesi di maggio e giugno del 1908 rinvennero cinque ambienti: tre con pavimenti in Opus tessellatum (decorati a mosaico) e due in Opus sectile (decorati in lastrine di marmo), raffiguranti scene e divinità marine. Anche le pareti dei vari ambienti erano rivestite in Opus sectile. Gli scavi, interrotti, ripresero nel 1979 e durarono fino al 1981 su iniziativa del Soprintendente di Agrigento Prof. Ernesto De Miro e collaborato da una spedizione archeologica giapponese guidata dal Prof. Masanori Aoyagi dell’Università di Tsukuba. L’area, estesa circa cinquemila metri quadrati, è composta da una serie di ambienti quadrati e rettangolari. L’ala abitativa, situata nella parte settentrionale del sito, si sviluppa attorno a un peristilio a pianta quadrata di 12,50 metri con cinque colonne per lato, i cui intercolumni sono collegati da bassi muretti. Al centro del cortile c’erano l’“impluvium” (vasca di raccolta dell’acqua piovana) e un giardino. Le colonne del peristilio erano circondate da un ambulacro coperto su cui si affacciavano gli ambienti residenziali, quali i “cubicula” (camere da letto), il “triclinium” (sala da pranzo) e il “tablinum” (sala soggiorno). Contiguamente e a sud-ovest di questa grande ala abitativa vi sono i resti di un’altra grande ala adibita a terme private, tipicamente presenti nelle ville patrizie romane e probabilmente edificata successivamente. La “termae” privata, segno distintivo di benessere economico e di una posizione sociale elevata, era caratteristicamente composta da un “apodyterium” (spogliatoio), dal “calidarium”, dal “tepidarium” e dal “frigidarium”. A sud, verso la spiaggia, c’era un muraglione di limite che fungeva da recinzione della Villa e da muro di sostegno dell’area sovrastante. Al posto di questo muro oggi dalla spiaggia si vede una doppia recinzione, l’interno della quale largo un paio di metri viene purtroppo adibita da bagnanti poco civili, irrispettosi e indifferenti alla bellezza, quale grande cassonetto a cielo aperto per rifiuti di ogni sorta.

  Non sappiamo quanti abbiano coscienza del privilegio di poter godere di simile fortuna ma, a giudicare dalle lattine e dalle bottiglie di plastica e di vetro ivi abbandonate dai bagnanti e dalla loro indifferenza relativa al sito archeologico, viene da pensare che siano in pochi. Il sito, nonostante l’inestimabile valore artistico e storico, è poco conosciuto e pressoché ignorato. Non sappiamo se simile oblio, che fa pensare a ben altre immersioni, cioè alle abluzioni nelle acque del fiume Lete, sia dovuta all’indifferenza delle persone per il bello o per mancanza di un’adeguata promozione del sito archeologico. Probabilmente entrambe le cose. Spiace recarsi in spiaggia, magari col desiderio che oltre al bagno in uno splendido mare si possa abbinare anche un’istruttiva visita al sito, possibilmente guidata, e notare invece che esso si trova in una condizione di non fruibilità e che sbiadisce al sole nell’indifferenza generale. Intristisce poterlo ammirare solo da dietro i cancelli sbarrati e attraverso i rettangoli di filo metallico della rete di recinzione, che inevitabilmente fanno da strana cornice alle foto che non si può fare a meno di scattare estasiati dall’inaccessibile bellezza. Infatti, di primo acchito, sul posto, sembra che non vi sia alcuna possibilità di accedere al sito, dato che non si vede alcun custode e nemmeno un qualche cartello che indichi i giorni e gli orari di apertura. Niente di tutto questo se non magnificenza trascurata e apparentemente inaccessibile.

  Cercando sul web si trova il calendario dei giorni e degli orari di apertura del sito, dal lunedì al sabato dalle ore 8.30 alle 13.30: ma è evidente che non corrisponde alla realtà e che quindi non è stato aggiornato. Così ho contattato la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Agrigento per avere informazioni. Dopo alcuni tentativi mi ha risposto un’impiegata meravigliata che il sito fosse chiuso; ha tentato due volte di passarmi qualche responsabile che potesse fornirmi maggiori dettagli, ma senza riuscirci, e poi è caduta la linea. Fra l’altro alle due email che avevo inviato un paio di pomeriggi prima agli Uffici “Gestione Aree e Siti” e “Sezione Beni Archeologici” non avevo ancora ricevuto risposta, così ho preferito desistere e cercare altrove. Sempre sul web ho trovato alcuni articoli relativi alla Villa, i quali parlano addirittura di un suo stato di abbandono e di degrado, auspicando un rinnovato interesse da parte della Soprintendenza e del Comune di Realmonte. Ho potuto constatare personalmente che in realtà non è così, per fortuna, almeno ad oggi, non si trova in stato di degrado (in fondo basta diserbare l’area per evitare di lasciarla infestare dalle erbacce), ma semplicemente non è fruibile, quanto meno non facilmente. Insistendo, infatti, nella ricerca di informazioni sul sito archeologico e sulle possibilità di visitarlo, ancora sul web si trova il numero telefonico della Pro Loco di Realmonte e il nome del suo Presidente, il Prof. Paolo Salemi, dal 2005 al 2010 Assessore alla Cultura e al Turismo dello stesso comune, che ho contattato. Disponibile e cortese, il Professore mi ha riferito che la Pro Loco, nell’ambito delle sue competenze di promozione e sviluppo del turismo nella zona, è un punto di riferimento per i turisti e fra le altre cose organizza, autorizzata dalla Soprintendenza, anche degli eventi nella Villa e, su richiesta, delle visite organizzate per gruppi. Mi ha pure riferito che per il prossimo ottobre stanno organizzando un itinerario da trekking che prevede come ultima tappa il sito archeologico. Dunque, quanto meno qualche piccola possibilità di fruizione del bellissimo sito la fornisce la Pro Loco di Realmonte.

  Da altre ricerche poi ho appreso che dalla primavera scorsa i custodi dell’area archeologica sono stati spostati in quella di Eraclea Minoa, presumibilmente per carenza di personale. E’ ormai purtroppo la solita prassi del risparmio obbligato dal periodo delle “vacche magre”, che dura però da ben più dei sette anni sognati dal Faraone egiziano nella Genesi Biblica. I cosiddetti tagli lineari ci hanno condotto all’attuale stato di generale decadenza che riguarda aspetti importantissimi della nostra vita sociale, come istruzione, ricerca, sanità, lavoro e previdenza. Non si taglia dove si annidano i veri sprechi, che poi non sono altro che la conseguenza della dilagante corruzione, ma si attuano tagli non selettivi e niente affatto lungimiranti in settori dove invece si dovrebbe investire di più, come in quello ad esempio della cultura. Qui, come nella ricerca scientifica, il ritorno economico nel lungo tempo è garantito: si deve solo avere la saggezza di fare investimenti mirati e di sapere aspettare i risultati. Probabilmente qualsiasi Soprintendente ai Beni Culturali, con tutta la buona volontà di cui può essere dotato, deve pur sempre fare i conti con “conti in rosso” (scusate il gioco di parole), che non gli permettono adeguatamente di promuovere, valorizzare e salvaguardare l’immenso e inestimabile patrimonio archeologico, artistico e culturale italiano. E questo è un grave danno che gli ultimi Governi stanno perpetrando non solo nei confronti di questo invidiabile patrimonio, ma anche e soprattutto nei confronti della vita, del benessere e del futuro dei cittadini italiani.

 

Angelo Lo Verme

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