167586_173278389377222_7204001_nNon voglio parlare con te. E’ alla tua mano che mi rivolgo. Voglio parlarle prima che si levi contro qualcuno e lo colpisca, lo ferisca, lo umili, lo strazi, lo uccida. Vorrei dirle se ricorda di quando la portavo in grembo, piccola, indifesa, ancora informe. Di quando, vorace, mi afferrava i seni perché le labbra assetate potessero trovare un capezzolo da succhiare che la tenesse attaccata alla vita. E di quando, incerta, cercava la mia perché ne sostenessi i primi scombinati passi. E di quando, tremante, mi implorava aiuto per rialzarsi dopo una rovinosa caduta e consolassi il pianto. Di quando la sera mi carezzava i capelli per non avere più paura e abbandonarsi al sonno, stringendoli nel pugno per non lasciarmi andare. Di quando rimaneva stretta nella mia perché l’accompagnassi nel guidare una matita, tracciando sgangherati cerchi su un foglio bianco. Di quando si attaccava stretta stretta a un lembo della gonna perché la difendessi da un camice bianco con in mano una siringa, dal ronzio di un insetto fastidioso, dall’abbaiare furioso di un cane, dai graffi di un bambino dispettoso, dai tuoni e dalle tempeste, dall’acqua fredda di uno sconfinato mare e dalle onde, dal buio, dal temporale e dalla notte. Di quando mi indicava il desiderato giocattolo e lo afferrava a sé felice dopo averlo conquistato, e di quando si sollevava in alto per dire “non son stato io” dopo averlo distrutto. 
Voglio parlare a quella mano che è stata la cosa più bella che abbia mai baciato e stretto e avuto. Voglio che faccia grandi cose: che costruisca quando serve e che disfi quando è necessario. Che sia operosa e che abbia una stretta leale, onesta e amica quando incontra una mano altrui. Che sappia accarezzare ed esser lieve nel conforto. Che sia sicura, forte e  intraprendente, ma che non si vergogni mai di essere incerta e di tremare. Che sia delicata e forte come quella di un pianista che indugia fra i tasti bianchi e neri traendo melodiose note, e li ama e li rispetta come materia viva.
Ma soprattutto voglio dirti una cosa che non devi mai dimenticare, figlio mio. Non sollevare mai quella mano per colpire, ferire, umiliare, straziare, uccidere. Non lasciare mai che rabbia, astio, vendetta la guidino contro l’indifeso, l’umile, l’innocente, perfino l’arrogante. Fa che mai io sappia che quella mano si è levata contro una donna, perché si leverebbe contro di me. Nessun torto giustifichi mai la sua ferocia, perché non c’è peggior vigliacco di chi combatte una lotta impari e disonesta. E se mai un giorno la cieca e assassina furia dovesse scatenarsi su un viso e un corpo un tempo amato, perché ferita, offesa e vilipesa cerca vendetta e ragione d’un torto subito, possa Iddio fermare quella mano anche a costo della tua stessa vita. Perché preferirei piangerti morto, piuttosto che guardare quella mano insanguinata e  sporca tendersi ancora verso la mia. Perché dovrei esserti ugualmente madre pur rinnegando quella mano, che null’altro al mondo merita se non l’umana pietà di quella donna che t’ha generato. La pietà offesa e disperata di una madre che ogni giorno dovrà portare il peso di un’atroce pena: quella di sopravvivere a colei cui hai tolto la vita.

Il dipinto "mondo fuori olio su tela cm 93 x 78"  Di Michele D'avenia