Creativo, visionario, secondo alcuni stravagante. Ferdinando Francesco II Gravina è indubbiamente rimasto nella memoria per un’opera originale, per i suoi tempi poco comprensibile: la Villa dei Mostri di Bagheria. Se è vero che il nucleo originale della villa fu realizzato dal nonno di quest’ultimo, nel 1715, fu lui a renderlo memorabile, con molteplici e particolari dettagli. Come racconta Goethe, ad esempio: «I piedi delle sedie sono segati inegualmente, in modo che nessuno può prendere posto e, davanti all’entrata, il custode del palazzo invita i visitatori a non fidarsi delle sedie solide perché sotto i cuscini di velluto nascondono delle spine».

E, ancora, un viaggiatore dell’epoca riportò: «L’orologio a pendolo è sistemato dentro il corpo di una statua: gli occhi della figura si muovono col pendolo, e roteano mostrando alternativamente il bianco e il nero. L’effetto è orribile. La camera da letto del proprietario e del suo spogliatoio sembrano due scomparti dell’arca di Noè. Non v’è bestia, per vile che sia, che non compaia lì dentro; rospi, ranocchi, serpenti, lucertole e scorpioni, tutti scolpiti in marmo di colore adatto. Ci sono anche moltissimi busti altrettanto stravaganti. In alcuni si vede da una parte un bellissimo profilo, le giri dall’altra e ti si presenta uno scheletro. Oppure vedi una balia con un bambino in braccio; il corpo è esattamente quello di un infante, ma la faccia è quella di una vecchia grinzosa di novant’anni».

Tra fascino e mistero

Attorno alla figura del Principe di Palagonia si creò un alone di fascino e mistero, sicuramente alimentato dai “mostri” della villa, così come dalle bizzarrie presenti al suo interno. In realtà, a quanto pare le dicerie non avrebbero fornito un ritratto autentico. Gli archivi storici, infatti, descrivono un uomo lucido, che ricoprì cariche di responsabilità, così come il nonno, e che si occupò di opere misericordiose.

Il conte di Borch lo descrisse così: «Sono stato veramente meravigliato dal suo tratto e dal modo giusto e corretto con cui ragionava di ogni cosa». E ancora, sempre Goethe ha scritto: «Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo; tutti gli occhi erano appuntati su di lui.»

Pare, invece, fondata la notizia che il Principe di Palagonia non avesse un bell’aspetto. Studiosi e psichiatri, come i due amburghesi Helen Fisher e Wilhelm Weygandt, ipotizzarono una patologia psicotica dell’aristocratico che lo avrebbe portato a esorcizzare il complesso della sua bruttezza, circondandosi di “amici” turpi quanto lui.

Recenti studi ipotizzano, invece, una precisa matrice alchemica del XVIII secolo – come per altre ville bagheresi – alla base di questo edificio. La ripartizione dei cosiddetti mostri in due settori laterali della villa (musicanti da una parte e creature deformi dall’altra, con la costante presenza del dio Mercurio, fautore della trasmutazione della materia) significherebbe la ricerca dell’armonia partendo dalla musica (Nigredo) sino alla materia (Rubedo).