Oggi per andare da Pozzallo a La Valletta servono un traghetto e un’ora e mezza di navigazione. Per migliaia di anni, invece, bastavano un buon paio di gambe. Tra la punta sud-orientale della Sicilia e l’arcipelago maltese c’era terraferma: colline, avvallamenti, lagune. Poi il mare è salito e si è preso tutto. Ora una spedizione scientifica è andata a cercare cosa resta di quella terra, e ha riportato a casa una mappa che cambia il modo di guardare quel tratto di Mediterraneo.
La campagna BRIDGES rientra a Catania
La notizia arriva dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), che ha annunciato la conclusione della campagna scientifica BRIDGES. A bordo della nave oceanografica “Gaia Blu” del CNR, ricercatrici e ricercatori hanno esplorato il braccio di mare tra la Sicilia sud-orientale e le isole di Malta e Gozo. Volevano individuare i resti dell’antico lembo di terra che un tempo faceva da ponte tra le due sponde.
La missione è coordinata dal CNR, attraverso l’Istituto di Scienze Marine (Cnr-Ismar), e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), in collaborazione con l’Università di Malta. A guidarla sono due Principal investigator: Maria Filomena Loreto del Cnr-Ismar ed Emanuele Lodolo della Sezione di Geofisica dell’OGS.

Novanta chilometri di mare che prima non c’erano
Oggi la Sicilia e Malta sono separate da più di 90 chilometri di acqua aperta. Durante l’ultima era glaciale il paesaggio era tutto diverso. Enormi quantità d’acqua erano bloccate nelle grandi calotte di ghiaccio dell’emisfero settentrionale e il livello del mare era circa 130 metri più basso di quello attuale. Ampie porzioni di quello che oggi è fondale erano terra asciutta, e Malta era di fatto attaccata alla Sicilia.
Secondo le ricostruzioni più accreditate, il collegamento è scomparso circa 13.000 anni fa. Un corridoio rimasto in gran parte continuo per tutta l’era glaciale è sparito in poche migliaia di anni, e il mare non si è limitato a coprirlo: ha ridisegnato da capo le linee di costa.
Sotto il mare, un paesaggio che somiglia ai tropici
Per ricostruire quella geografia perduta, la Gaia Blu ha usato strumenti che hanno prodotto una mappa ad alta risoluzione del fondale. Con le onde acustiche hanno poi “guardato” dentro le prime decine di metri di sedimenti sotto il fondo. È un lavoro prezioso: anche se si trova a due passi dalle nostre coste, quest’area finora era mappata in modo incompleto e approssimativo.
Il risultato racconta un mondo sorprendente. «La mappa del fondo marino che abbiamo esplorato rivela un paesaggio complesso, con rilievi spesso discontinui che si estendono anche per decine di chilometri, e che delimitano lagune e depressioni», spiega Emanuele Lodolo. E aggiunge un paragone che accende l’immaginazione: «L’analogia con le moderne piattaforme tropicali è chiara: aree relativamente basse, separate da creste e barriere, con bacini e lagune protette alle loro spalle».
Il “ponte” tra Sicilia e Malta, quindi, non era una semplice lingua di terra dritta e piatta. Assomigliava piuttosto a un mosaico di creste, bacini riparati e specchi d’acqua bassa, un paesaggio che oggi verrebbe da cercare ai Caraibi più che al centro del Mediterraneo.
Le conchiglie che fanno da orologio
La spedizione non ha portato a casa solo mappe. Con i carotaggi a gravità, il team ha prelevato campioni di sedimenti che conservano antichi depositi marini. In laboratorio, i minuscoli frammenti fossili intrappolati nel fango verranno datati al radiocarbonio. Così si potrà ricostruire la storia di ambienti che oggi nessuno può vedere, nascosti sotto decine di metri d’acqua, e capire quando ogni pezzo di quel mondo è finito sommerso.
E l’uomo? Una domanda che si fa più grande
Viene spontaneo chiederselo: qualcuno ha davvero camminato fino a Malta? La risposta è più intrigante di un semplice sì o no. A lungo si è pensato che Malta fosse rimasta disabitata fino al Neolitico, circa 7.500 anni fa. Nuove prove indicano invece che sull’isola c’erano cacciatori-raccoglitori già 8.500 anni fa. A quell’epoca, però, il ponte di terra era già sparito e Malta aveva più o meno la forma di oggi.
Questo significa che la nuova mappa non va letta automaticamente come la mappa della prima “strada” percorsa dall’uomo verso Malta. È proprio questo a renderla affascinante. La domanda non è più solo se gli esseri umani abbiano attraversato il ponte, ma come le popolazioni di allora abbiano vissuto quel territorio mentre si trasformava lentamente in mare.
«La ricostruzione di questi ambienti sommersi ha una notevole rilevanza anche in campo archeologico e nello studio delle popolazioni meso-neolitiche, delle loro rotte migratorie e degli insediamenti», sottolinea Lodolo.
Un mare che univa, non divideva
Per i popoli antichi il Mediterraneo non era un muro, ma un’occasione. Il tratto di mare tra Sicilia e Malta è da sempre un punto nevralgico al centro del Mediterraneo, un crocevia di scambi, commerci e spostamenti lungo percorsi che oggi non riusciamo a riconoscere senza esplorare il paesaggio sommerso.
La prossima volta che, da una spiaggia del Ragusano o del Siracusano, guarderete l’orizzonte verso sud, pensateci: lì sotto c’è una terra che per millenni ha tenuto unite la Sicilia e Malta. E grazie alla Gaia Blu, finalmente, sta cominciando a raccontare la sua storia. Immagine in evidenza a scopo illustrativo.
