Lo dicono in coro: con gli attacchi di Parigi l'Islam non c'entra nulla. Sono dei bellissimi esempi di integrazione i tanti musulmani intervistati da Repubblica che raccontano le loro storie, intrise di difficoltà ma ormai magnificamente radicate a Palermo. Ecco qui di seguito il reportage integrale.

 

Sono cresciuti a Palermo oppure hanno deciso di viverci solo da pochi anni. Studiano e lavorano e parlano un perfetto italiano. Sono musulmani, sono palermitani. Sono ragazzi e ragazze sgomenti di fronte all'ondata d'orrore che ha travolto l'Europa. Nella notte tra venerdì e sabato, mentre a Parigi le bombe uccidevano centinaia di persone, Sumi Aktar, 25 anni, ha pianto stretta alla figlia Amira nata un mese e mezzo fa: "Questo non è l'Islam". Ha pianto di rabbia e impotenza come quando era una bimba di otto anni che frequentava la scuola Turrisi Colonna di Largo Cavalieri di Malta e la maestra di inglese le ha svelato che "turca", l'appellativo con la quale la canzonavano i compagni, non era un nomignolo affettuoso. Sumi era appena arrivata dal Bangladesh e desiderava tantissimo farsi nuovi amici. "All'inizio mi sono chiusa a riccio. Poi quando sono arrivata alla scuola media tutto è cambiato: per essere accettato devi volerlo".

Oggi di fronte al massacro di Parigi e all'ondata di razzismo e diffidenza che i kalashnikov hanno scatenato, Sumi chiede ai suoi connazionali di aprirsi alla città nella quale vivono "perché solo tendendo la mano si può vincere il pregiudizio": "La mia comunità conta diecimila persone, 9 mila non vogliono integrarsi  –  racconta  –  Faccio la mediatrice culturale nelle scuole elementari e mi domando perché i padri costringano le bimbe di 8 anni a indossare il velo in classe: così vengono isolate". Sumi il velo lo indossa quando le va. Sabato pomeriggio era in piazza Verdi per la veglia di solidarietà. C'era quando Nadine Abdia, dirigente sindacale della Cisl, 36 anni, nata a in Tunisia ma trapiantata in Sicilia, ha preso il megafono, lo stesso dal quale aveva parlato in primavera dopo l'assalto al museo Bardo: "Stanotte avrei voluto piangere ma ho passato le ore a difendermi ", ha detto dalla scalinata del Teatro Massimo raccontando quanto fa male odiare lo stesso nemico ma essere considerati stranieri. L'Isis ucide anche in Tunisia. Proprio venerdì a Tunisi la testa di un ragazzo di 17 anni è stata fatta recapitare alla madre. "Quando si colpisce un museo come il Bardo o quando si colpisce Parigi, si attacca il mondo intero  –  dice  –  Esiste una sola faccia dell'Islam, quella che invita alla pace, alla fratellanza, all'amore".

No, quelle bombe non sono scoppiate nel loro nome. Quei proiettili non hanno ucciso in nome dell'Islam. "A Palermo l'amministrazione comunale sfila insieme con i migranti è questo è importante", dice Nadine che racconta che due ragazzi musulmani sono stati aggrediti a Ballarò dopo l'attentato alla rivista parigina Charlie Hebdo. "Due non venti, è importante che le istituzioni facciano sentire il loro sostegno".

La parola chiave è integrazione. Mohamed Shapoor fa il cuoco da Moltivolti, locale e laboratorio di integrazione di Ballarò. È arrivato in Italia nel 2002, scappando da Kabul dove era costretto a combattere contro i talebani. Mohamed, 45 anni, oggi ha trovato la sua dimensione: "I cattivi si nascondono in tutte le religioni, questa è una guerra e siamo tutti in pericolo ". "Le vittime sono gli innocenti, musulmani o cristiani che siano". Nadil Dhifallah, 26 anni, è arrivato a Lampedusa a bordo di un barcone appena 5 anni fa. Non si direbbe. Il suo italiano è impeccabile e oggi fa il mediatore culturale. La storia su come ha imparato la nuova lingua è un emblema di solidarietà e integrazione: "L'ho imparato al centro di accoglienza. Me l'ha insegnato una volontaria della Croce Rossa alla quale io ho insegnato l'arabo". Per Nadil fare in modo che l'Islam sia identificato con il terrorismo è una scelta: "Un fuoco da alimentare per far sì che questa diventi una guerra, che è la più becera strategia in tempo di crisi economica". Ma purtroppo non basta dire "Not in my name", non nel mio nome.

Per Adam Darawsha, palestinese, medico, presidente della Consulta delle culture che a Palermo ha dato una visibilità istituzionale agli immigrati, bisogna abbattere i muri. "Per i migranti è importante sentirsi accettati, per i palermitani è importante che i migranti abbiano la loro libertà", dice annunciando che a gennaio nascerà non lontano dal porto un luogo di preghiera multiculturale. "Ci sarà posto per tutti: musulmani, indù, ebrei, evangelici. Sarà un grande spazio con tante stanze". E magari ci andrà anche Thiero Sory, originario del Mali, arrivato a Palermo nel 1998, che ieri era davanti la moschea di via del Celso: "Chi fa la guerra, non può essere di nessuna religione. Chi compie questi gesti infami nel nome di Allah, non ama nessun Dio".

Fatou Koné (nella foto), 23 anni, viene dalla Costa D'Avorio. Si è diplomata all'Alberghiero e lavoro nella ristorazione. A Palermo vive bene, si sente accolta. Ma la discriminazione è come un virus. "Un vicino di casa ieri mi ha chiesto: "hai visto cosa hanno combinato i musulmani?"  –  raconta  –  Io sono musulmana, ma non per questo terrorista. I veri musulmani non ammazzano ". Nadine, Sumi e Adham componenti della Consulta culture credono che la convivenza e la tolleranza siano possibili, soprattutto a Palermo. "La speranza siamo noi seconde generazioni, che ora dobbiamo aiutare i nostri genitori a integrarsi. Palermo ha l'accoglienza nel dna". Sharawi Ahmed, 24 anni, studente di ingegneria, lo spera: "Sono qui da cinque mesi. In queste giornate orribili non mi sono sentito uno straniero".