01L’altro giorno sono rimasta molto meravigliata nell’apprendere da un giovane extracomunitario che , a causa della morte del nonno, aveva dovuto rimandare di un anno il matrimonio già organizzato per questa estate.
Ma mentre riflettevo sull’assurdità di certe usanze , non ho potuto fare a meno di ripensare che fino a qualche decina di anni fa, anche da noi il lutto, oltre ad essere l’evento distruttivo a livello psicologico che tutti purtroppo conosciamo o siamo destinati a conoscere, segnava pesantemente anche il modo di vivere, di comportarsi, soprattutto di vestirsi, delle famiglie che ne erano colpite.
Quando moriva qualcuno, dopo il funerale, le famiglie tinivanu tri ghiorna di luttu(2:
per tre giorni le porte della casa del defunto restavano aperte dalla mattina alla sera pronte a ricevere tutti quelli che volevano venire a fare le condoglianze ai  parenti che attendevano lu bisitu(3) in due stanze separate: una per gli uomini e una per le donne. 
I visitatori, vestiti in nero, entravano senza bussare, salutavano, dando la mano silenziosamente a tutti i parenti e baciando sulle guance i più intimi e si sedevano. 
A questo punto, In alcune zone della Sicilia, c’era l’abitudine d’intavolare una conversazione sul defunto, sulle sue qualità, sulla sua malattia… in altre, invece, si stava in rispettoso silenzio, che veniva rotto solo da qualche singhiozzo, o da qualche espressione tipo: “ …Ma…cu l’avia a diri…”(4) ,o : ” Comu fu?” (5), o ancora (quando si trattava di una morte inattesa): “…Chissa fu veru ‘na bumma di l’ariu!”(6).
Ricordo che i miei  narravano  di una loro parente che in una di queste “visite di lutto” aveva esclamato con enfasi: ”…Ma…chi cosi!…quannu ma’ me cuscina China muriri!” (7) rischiando di provocare uno scoppio di ilarità decisamente fuori luogo.
Nei tre giorni di lutto le visite erano ininterrotte, senza  alcun rispetto di orario, anzi spesso la gente sceglieva orari scomodi pi un truvari troppu cunfusioni. e allestisi(8)
Ad ora di pranzo e cena si vedevano passare in direzione della cucina amici o vicini di casa  che portavano tabarè ntrusciati cu ‘na mappina (9) da cui emanava un buonissimo odore di cibo, poi uno di loro si avvicinava a dire qualcosa all’orecchio ad un paio dei padroni di casa invitandoli a seguirlo, e così, grazie alla cortesia e alla collaborazione dei donatori, a poco a poco i vari parenti di la bon’arma (10) riuscivano a sfamarsi senza interrompere il ricevimento delle visite.
La sera verso le 20,30, se non c’era più nessuno, la porta di casa veniva finalmente chiusa.
Dopo il terzo giorno, il periodo di lu luttu finiva,la porta della casa si chiudeva  e per la famiglia del caro estinto riprendeva la vita normale.
 Chi non era potuto andare  durante i tre fatidici giorni, si dispiaceva:” Maria chi mala figura chi fici!”(11)  ma non si sognava di fare la visita in ritardo.
 Ma il peggio doveva ancora cominciare!
Infatti un’ altra vecchia usanza siciliana  era quella di vestirsi di nero per periodi più o meno lunghi ogni volta che moriva un parente anche lontano.
Una volta mia madre e la zia si vestirono di nero perché era morta una lontana cugina emigrata in USA prima delle guerre mondiali  e che loro non avevano mai conosciuta .
Vestiti neri, dunque, ed a maniche lunghe…ma  non bastava:  per i parenti più intimi era d’obbligo anche  un velo o un foulard nero in testa, calze spesse, guanti… sempre  decisamente neri. Poi , col passare dei giorni, si cominciava a togliersi i guanti, ad indossare le calze velate, a usare  qualche gioiello, finchè una sciarpetta  nera a pois bianchi o un colletto bianco annunziavano il  mezzu luttu (12) che segnava il momento di transizione verso l’abbigliamento normale.
La durata di questi periodi luttuosi era spesso molto lunga: si trattava di mesi per i parenti più lontani, di anni per i più intimi e i genitori, talvolta , specie per le vedove, il nero sarebbe stato di rigore per tutta la vita.
Io ricordo mia madre quasi sempre vestita di nero. 
Una volta per Natale ho provato a  regalarle una sciarpetta, nera, ma  con minuscoli disegni bianchi: non l’avessi mai fatto! Qualche giorno dopo me l’ha  ridata, dicendomi con un sorriso triste, che non dovevo offendermi, ma, visto che lei non “poteva” usarla ma era molto bella, sarebbe stata felice se almeno l’avessi usata io….
Nei casi più gravi, neanche  le bambine si salvavano dall'abbigliamento da lutto, ma per  la morte di nonni, zii e altri parenti, era sufficiente un fiocco nero tra i capelli.
 Pare che anticamente anche gli uomini usassero vestirsi di nero dopo la morte di un parente intimo, ma io non ho ricordi personali in tal senso. 
Ricordo invece che  mio padre teneva nell’armadio un paio di cravatte nere da usare alla bisogna .
Per gli intimi la cravatta, però,  non bastava, si applicava anche una larga fascia nera sulla manica della giacca (tipo quella del capitano di una squadra di calcio), e una striscia nera obliqua al risvolto di giacche e cappotti…ah dimenticavo…chi portava la coppula(13)doveva usarne una nera, mentre chi portava il cappello  doveva farvi  applicare un nastro nero. 
Nel dopo-guerra , anche grazie all’influenza americana, il lutto maschile si limitò alla cravatta e ad un bottone nero all’occhiello della giacca, mentre quello femminile ebbe vita più lunga anche se con meno rigore.
Durante il periodo di lutto non era solo l’abbigliamento che cambiava, ma tutta la vita della famiglia:  non si suonava la radio o il grammofono, non si partecipava , né si organizzavano feste, e, se era proprio indispensabile celebrare un matrimonio in quel periodo, CI SI SPOSAVA iN CASA !!!
 
 
NOTE : 1 Il lutto – 2  Letteralmente: tenevano tre giorni di lutto  – 3 La visita di condoglianze –   4 “Ma chi poteva immaginarlo!”- 5  “Com’è successo?” – 6 Letteralmente: “Questa è stata veramente una bomba dall’aria” = una disgrazia inattesa – 7 “Ma…che roba!…Quando mai mia cugina China morire!”- 8 Per non trovare troppa confusione e sbrigarsi – 9 Vassoi avvolti in uno strofinaccio – 10 Letteralmente: la buon’anima = il defunto – 11 “Mamma mia che figuraccia che ho fatto!” – 12 Mezzo lutto. – 13 Coppola, tipico copricapo siciliano.