Con la mitica Nina coofondatrice della pagina Sicilia, si parlava di vespri siciliani ed alla fine la mia mente ha fatto un volo pindarico sulla situazione politica passata ed attuale e si è abbandonata ad alcune romantiche fantasie. Fantasie di riscatto, indipendenza e giustizia.

Poi però la mia smania di fare si è esaurita assieme al caffè che stavo trangugiando.
“Siamo fatti così, amici miei”, è inutile negarlo e lasciatemelo dire: “Noi siciliani non siamo cosa da guerra. Siamo ospitali e pacifici per definizione e, se non ti chiami totò riina (scritto in piccolo,  perchè di piccolo uomo si tratta) o ammenoché le sirene della politica non ti abbiamo intontito, meglio del potere c’è il santo campare!”.

Correggetemi se sbaglio, ma mi sembra proprio che il siciliano doc tenda a sopportare e sopportare e sopportare piuttosto che scadere nella violenza.

Eppure c’è un tasto che se toccato manda in tilt l’uomo siculo e lo trasforma in una macchina distruttrice: la sua “fimmina”.

Ed è proprio per difendere l’onore di una donna che la Sicilia del 1200 si incendiò in lotte di rivalsa contro l’oppressore politico del tempo.

In un attimo la mia testolina ha deviato verso la vicenda della famosa Ruby-rubacuori (semplicemente la prima ad essermi venuta in mente): “Cosa sarebbe successo se ruby fosse stata la figlia di un siciliano?”, “L’intera regione si sarebbe sollevata contro una politica di continui inganni e ruberie?”, “Come vivremmo adesso?”.

A queste domande non ho potuto che rispondere tuffandomi nel passato e nella ciclicità storica degli eventi. Nel caso specifico in ciò che accadde nella Sicilia angioina.
Se vi appassiona la storia e se amate la vostra terra, accompagnatemi in quelli che furono i vespri siciliani.

Storia dei Vespri Siciliani.

Era il 1268 e dopo la sconfitta di Manfredi di Hohenstaufen e la morte di Corrado IV di Hohenstaufen, figli dell’imperatore Federico II di Svevia (buon anima; Dio lo abbia in gloria, ndr) e la decapitazione di Corradino, figlio di Corrado IV, la Sicilia cadde in mani francesi.

Le mani erano quelle di Carlo I d’Angiò. Mani alquanto sporche di sangue e assetate di potere: fu lui a volere fortemente la decapitazione di Corradino (ultimo erede in linea di sangue di Federico II) che all’epoca era solo un ragazzo.

Con l’arrivo dei francesi i siciliani subirono una terribile politica fiscaleed una generalizzata riduzione delle libertà baronali.
Usurpazioni, soprusi e violenze erano all’ordine del giorno e gli Angiò si mostrarono sordi a qualsiasi richiesta di ammorbidimento politico.
I siciliani non ce la facevano più, ma piuttosto che insorgere preferivano riporre le proprie speranza in un salvatore esterno. Michele VIII Palaeologo (imperatore bizantino), Papa Niccolò III e Pietro III d’Aragona erano i nomi più gettonati. Quest’ultimo in particolare vantava i favori della gente in quanto sua moglie Costanza era la figlia di Manfredi e nipote di Federico II di Svevia.

Purtroppo Pietro III era impegnato nella conquista di parte della penisola iberica allora in mani arabe. Così nulla cambiava. Si soffriva. Ci si lamentava, ma si continuava ad aspettare un salvatore (“vi fa venire nulla in mente questo?”, ndr).
Ma finalmente venne il Giorno tanto atteso.

Papa Niccolò III era morto e gli angioini (assieme ai veneziani) erano impegnati militarmente contro l’imperatore bizantino. Non vi erano prospettive di miglioramento nell’aria: il nuovo papa infatti parlava francese ed era sordo ai bisogni della SiciliaPopolo e politica sembravano abitare su mondi paralleli.

Così, durante la funzione serale dei Vespri del 30 marzo 1282, a Palermo si scatenò l’inferno.
Tutti i mal di pancia vennero allo scoperto sul sagrato della chiesa del Santo Spirito durante il lunedì dell’Angelo.

Accadde che un soldato dell’esercito francese di nome Drouet, in virtù della propria posizione, volesse palpeggiare una nobildonna in presenza del suo consorte: con il pretesto di doverla perquisire le mise le mani addosso.
Il marito non ce la fece. Sbroccò, sottrasse la spada al soldato e lo trafisse per riscattare l’onore proprio e della moglie.

Da lì in poi la protesta divampò.
I palermitani scesero per strada e, al grido di “Mora, mora!“, diedero la caccia ai francesi.

Fu una carneficina.
Solo pochi francesi riuscirono a mettersi in salvo sulle proprie navi presenti lungo la costa.

Chi rimase a terra, ad esempio cercando di confondersi tra la gente comune, veniva smascherato ed ucciso all’istante grazie all’aiuto dei ceci. Infatti i francesi pronunciavano diversamente la parola siciliana cìciri. E, non appena la risposta era incerta e dalla cadenza d’oltralpe, “tracchete!” la spada puniva l’oppressore.

Da Palermo presto la rivolta si estese a tutta la Sicilia e a Carlo I d’Angiò non restò che governare su Napoli fino al giorno della sua morte.
Non so quante volte io abbia immaginato di svegliarmi all’alba dell’indomani di quella pasquetta e vivere una città autogestita e dichiaratasi indipendente.

Famoso simbolo di quella lotta divenne il termine «Antudo!», una parola d’ordine usata dagli esponenti della rivolta. Antudo: «ANimus TUus DOminus» e cioè il coraggio è il tuo signore (non i francesi).

Dopo Palermo fu la volta di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone e, piano piano, tutte le altre città.

Il 3 aprile 1282 veniva adottata  come vessillo siciliano la bandiera giallo-rossa con al centro la Trinacria, a seguito di una atto di confederazione stipulato da 29 rappresentanti delle città di Palermo (rappresentata dal rosso nella bandiera) e Corleone (simboleggiata dal giallo).

“Antudo!”, fu scritto anche nel vessillo.

Ovviamente Carlo I d’Angiò non era contento della situazione e tentò invano di sedare la rivolta con la promessa di numerose riforme; alla fine, con la benedizione di Papa Martino IV, decise di intervenire militarmente.

Secondo un cronista siciliano, Carlo I inviò in Sicilia una flotta con 24.000 cavalieri e 90.000 fanti. Ma questi numeri sembrano esagerati per l’epoca e quindi si ritiene più attendibile il riferimento del Villani di 5000 unità mandate da Carlo I a nord di Reggio, perchè iniziassero l’assedio della città di Messina, senza il rischio che altre città italiane potessero seguirne le vicende e decidere di prenderne le parti.

All’epoca la difesa di Messina era stata affidata ad Alaimo di Lentini, nominato Capitano del Popolo. Egli organizzò la difesa contro i francesi. Francesi che nel frattempo avevano perso per la prima volta una battaglia in campo aperto contro i forlivesi guidati da Guido da Montefeltro.
Il primo assalto navale fu il 2 giugno ed i siciliani riuscirono a respingerlo.
Purtroppo il mese dopo (era il 25 luglio del 1282) i francesi riuscirono a sbarcare sulle coste messinesi e tentarono di prendere la città alle spalle, partendo dai colli.
Ma anche questa volta Messina fece muro e resistette, grazie soprattutto a due figure femminili: Dina e Clarenza. La tradizione racconta infatti che durante l’attacco italo-francese alle spalle della città le due donne si prodigarono nel respingere i nemici lanciando loro contro dei sassi e suonando le campane del Duomo per svegliare la città così che tutti accorressero a difenderla. Oggi, si trovano rappresentate a Messina nel Palazzo Zanca (municipio), nel campanile del Duomo e a loro è intitolato l’ex-ottavo quartiere della città dello stretto.

Alla guerra parteciparono tutti i centri dell’isola. Tutti tranne Sperlinga(EN), alleata francese e sul cui castello si può ancora leggere: Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit (“Ciò che piacque ai Siciliani, solo Sperlinga lo negò”).

L’assedio di Messina durò fino a tutto il mese di settembre, ma la città non fu espugnata.

Nel mentre tutta l’isola aveva bisogno di una stabilizzazione politica.
A questa domanda i nobili siciliani risposero offrendo la corona di Sicilia a Pietro III d’Aragona, marito di Costanza, ultima degli Svevi, figlia del defunto Re Manfredi (figlio di Federico II).

Pietro III accettò il ruolo di guida ed inviò le sue truppe a Trapani.
Il conflitto prese quindi la forma di guerra mondiale che vedeva impegnati Siciliani ed Aragonesi da una parte e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie fazioni guelfe dall’altra.

Ebbe inizio un lungo periodo di guerre tra gli angioini e gli aragonesi per il possesso dell’isola. Periodo durante il quale i siciliani e Pietro III furono colpiti da scomunica papale. Era il novembre del 1282.
Il rapporto tra aragonesi e siciliani, tuttavia, non era paragonabile a quello con gli svevi.
Presto i malumori dei baroni siciliani sfociarono in ostilità aperta e a farne le spese furono alcuni dei capi dei Vespri, come Gualtiero di Caltagirone, condannato al patibolo da Giacomo, figlio di Pietro e luogotenente di Sicilia. Era il 1283.

Sempre lo stesso anno papa Martino IV reiterò la scomunica verso Pietro (a questo punto scomunicato due volte) e il 2 giugno 1284 indisse una vera e propria crociata contro gli aragonesi.
A tale crociata partecipò anche Filippo III di Francia, ma ciò non cambiò il finale degli eventi: fu un totale disastro e lo stesso Filippo III troverà la morte a Perpignan, il 5 ottobre 1285.

Insomma, tra una botta presa ed una data, si arrivò al 1291. Data nella quale Alfonso III d’Aragona (reggente in carica in tale data) firmò a Tarascona un trattato con Papa Niccolò IV e Carlo II d’Angiò. Il trattato prevedeva l’espulsione del fratello Giacomo dalla Sicilia, ma l’accordo non ebbe alcun effetto sulla guerra.

Alla morte di Alfonso il trono fu occupato da Giacomo.

Egli lasciò la luogotenenza in Sicilia al fratello Federico, che, diversamente dai predecessori, si mostrò molto attento alle istanze dei siciliani. Questo i nostri antenati lo apprezzarono particolarmente ed ebbero modo di dimostrarlo presto.

Infatti accadde che Papa Nicola IV spinse per un’ulteriore crociata contro gli aragonesi, ma Giacomo II di Aragona e Carlo II d’Angiò preferirono venire a patti per porre fine una volta per tutte ai vespri siciliani. Il trattato,Trattato di Anagni firmato il 12 giugno del 1295, prevedeva la ritirata degli aragonesi e la riconsegna dell’isola agli Angiò.

Insomma tanta strada per poi trovarsi al punto di partenza.

Come potete immaginare i siciliani si sentirono abbandonati e traditi.
Così, ancora una volta presero il coraggio a due mani e attraverso il Parlamento siciliano, riunito al Castello Ursino di Catania, elessero a Re di Sicilia Federico, disconoscendo Giacomo.

In questo modo il quadro delle alleanze fu stravolto. I Siciliani continuarono la lotta, sotto la reggenza di Federico, contro sia gli Angioini che gli Aragonesi di Spagna del Re Giacomo.

In ogni caso il passaggio non filò liscio come l’olio. Alcuni grossi feudatari fra i quali l’ammiraglio Ruggero di Lauria si “ammutinarono”, arroccandosi nel loro feudo. Nel caso di Ruggero di Lauria parliamo del castello di Aci e poi delle mura di Castiglione.

Il 31 agosto 1302 venne siglata la  pace di Caltabellotta. Tramite questo accordo Carlo II avrebbe regnato sull’Italia meridionale e avrebbe continuato a godere del titolo di Re di Sicilia, mentre Federico avrebbe continuato a regnare in Sicilia, con il titolo di Re di Trinacria.

Inoltre era stato stipulato che Federico sposasse Eleonora, sorella del duca di Calabria Roberto d’Angiò e figlia di Carlo I e che, alla morte di Federico, il regno sarebbe tornato agli angioini.

La pace propiziò anche una ricongiunzione fra la corte aragonese e i diversi signori ribelli come Ruggero di Lauria.
Però l’accordo era in realtà solo un pretesto perchè le due parti potessero riorganizzare le forze.
Era infatti impensabile che alla morte del Re, la Sicilia fosse passata in mani francesi.

Ed allora, eludendo la pace di Caltabellota Federico assegnò la corona al figlio Pietro, il quale iniziò a governare a partire dal 1321 (15 anni prima della morte di Federico).
Alla morte di Pietro (1342) il titolo passò al figlio Ludovico, sotto tutela di Giovanni d’Aragona, perché di soli cinque anni. E fu probabilmente grazie alla diplomazia di Giovanni d’Aragona se si raggiunse un accordo con gli Angioini siglato nel Castello Ursino di Catania l’8 novembre 1347. Questo altro accordo chiude la seconda fase dei Vespri, ma non pone fine alla loro storia.

Alla fine del XIII secolo, infatti, la nostra amata isola era lacerata dalla dicotomia tra due fazioni, facenti capo alle principali famiglie nobiliari.

Vi era una «fazione latina», legata al partito svevo-ghibellino: ad essa appartenevano principalmente i Ventimiglia, i Chiaramonte, i Palizzi, i Lanza, gli Uberti.

E poi vi era la «fazione catalana», legata agli aragonesi: ad essa appartenevano gli Alagona questi specialmente alla corte di Sicilia ed i Moncada maggiormente vicini alla corte di Barcellona, e Matteo Sclafani il Rosso ed inoltre si possono menzionare i Lentini anche se spesso vennero accostati alla casata angioina (nel corso dei successivi anni ’30 del 1300 si aggiungeranno a questa fazione i Peralta).

Questa situazione precipitò in una guerra civile che sembrò potersi concludere il 4 ottobre 1362, con un trattato firmato tra le fazioni latina e catalana.

Ma Giovanni d’Aragona si ammalò di peste e perì.
Al suo posto il giustiziere Blasco II Alagona, mal visto dal Parlamento siciliano, non riuscì a far ratificare l’accordo. La guerra proseguì e con essa il sangue dei nostri antenati continuava a colorare di rosso città e campagne.

Ormai Federico IV d’Aragona si trovava tra le mani un’isola divisa e indebolita.
Debolezze che furono incalzate dagli angioini, i quali riuscirono a riconquistare buona parte della Sicilia.

E così venne il 1349.
Eleonora, figlia di Pietro II andava in sposa a Pietro IV d’Aragona in base ad un importante accordo che prevedeva la rinuncia della Spagna alle pretese sulla Sicilia.
La situazione sembrava essersi rasserenata, ma una ulteriore svolta si ebbe nel 1356 quando il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale I Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d’Angiò. Quest’ultimo inviò il maresciallo Acciaiuoli che, a capo delle truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine, saccheggiò il territorio di Aci, assediando il famoso castello.

Dopo Aci i soldati proseguirono in direzione di Catania cingendola d’assedio.
Allora Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta “Lo scacco di Ognina” e segnò una svolta definitiva a favore degli aragonesi nella guerra del Vespro.

Da questo evento gli angioini non si ripresero.
Tuttavia la Sicilia fu ancora impegnata nella guerra contro Napoli fino al 20 agosto 1372, quando fu siglato il Trattato di Avignone firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona e con l’assenso di Papa Gregorio XI con il quale Federico fu riconosciuto Re di Trinacria, vassallo di Giovanna Regina di Sicilia.
E con questo la storia è finita.
Avete trovato analogie con il presente?
Avete colto qualche spunto interessante?
Io, sì. Credo che la Sicilia debba smettere di aspettare un salvatore. Alle volte occorre rimboccarsi le maniche e darsi da fare. La notte è giusto sognare, ma il mattino sorge perchè le vostre mani possano plasmare il futuro che voi, bella gente siciliana, vi meritate.
Termino il post con dei doverosi titoli di coda che parlano di coloro che in gran segreto organizzarono i vespri siciliani.

Chi organizzò i vespri siciliani?

La tradizione racconta che i vespri siciliani furono organizzati in gran segreto dai principali esponenti della nobiltà siciliana. Quattro in particolare:

1. Giovanni da Procida, della famosa Scuola medica salernitana, medico di Federico II;

2. Alaimo di Lentini, Signore di Lentini;

3. Gualtiero di Caltagirone, Barone, Signore di Caltagirone;

4. Palmiero Abate, Signore di Trapani e Conte di Butera.

Secondo I Raguagli Historici del Vespro Siciliano di Filadelfo Mugnos, nell’organizzazione della rivolta questa fu la ripartizione:

Ad Alaimo di Lentini fu assegnato il Val Demone con la città di Messina. A sua volta questi affidò: Milazzo e le terre vicine a Natale Anzalone e Bartolomeo Collura; Castroreale a Bartolomeo Graffeo; il territorio da Patti a Cefalù a Tommaso Crisafi e Cefaldo Camuglia; il territorio da Taormina a Catania a Pandolfo Falcone; San Filippo a Girolamo Papaleo; Nicosia a Pietro Saglinpepe e Lorenzo Baglione; Troina a Iacopino Arduino.

A Palmiero Abate fu assegnato il Val di Mazara e a sua volta questi affidò: Trapani ed Erice ai fratelli; Marsala, Mazara e le terre vicine a Berardo Ferro; Termini a Giovanni Campo; Enna, Calascibetta e altre terre ad Arrigo Barresi; Castelvetrano, Salemi, Polizzi e Corleone a Guido Filangeri; Licata a Rosso Rossi e Berardo Passaneto; Agrigento a Giovanni Calvelli; Naro a Niccolò Lentini e Lucio Putti.

A Gualtiero di Caltagirone fu assegnato il Val di Noto, il quale si riservò di organizzare la rivolta in prima persona a Caltagirone, Piazza e Aidone. Affidò invece: Mineo e alcune terre vicine al figlio Perotto; Catania a Pietro Cutelli e Cau Tedeschi; Lentini a Giovanni Balsamo e Lanfranco Lentini; Siracusa a Perrello Modica e Pietro Manuele; Modica, Ragusa e altri luoghi a Manfredi Mosca; Vizzini ad Arnaldo Callari e Luigi Passaneto; Noto a Luigi Landolina e Giorgio Cappello.

Autore | Viola Dante » seguimi su facebook ♥