Boss siciliani verso la scarcerazione. Il termine per il deposito della sentenza, infatti, non poteva essere prorogato ex post: il Tribunale del riesame annulla il provvedimento del presidente del Tribunale di Palermo e per questo motivo, il 19 febbraio prossimo, 14 presunti appartenenti ai clan di Bagheria, Casteldaccia, Altavilla Milicia, Villabate e Ficarazzi (Palermo) ma anche al mandamento di Porta Nuova del capoluogo siciliano, torneranno liberi. Sono stati tutti condannati a pene che sfiorano i 10 anni di carcere, però tra dieci giorni scadranno i termini di custodia cautelare: la sentenza è stata depositata in ritardo e la proroga per il deposito non è stata fatta tempestivamente, a febbraio dell'anno scorso, quando ancora c'era tempo. Ecco quanto scrive il quotidiano "Repubblica":

Tutti liberi, dunque, gli esattori del racket, denunciati da commercianti che coraggiosamente avevano rotto il muro del silenzio e della paura, il capomafia di Villabate e il fratello di due boss della famiglia Guttadauro. L'unica soluzione potrebbe essere la celebrazione della prima udienza del processo di appello prima della scadenza: cosa impossibile, perché ancora il ritardo nel deposito delle motivazioni (che sono in cancelleria dal 22 dicembre, 13 mesi dopo la data in cui la sentenza fu emessa) ha provocato effetti a catena e tra questi c'è anche il ritardo nella scadenza dei termini per le impugnazioni, che sta avvenendo in questi giorni. "I giudici che dovranno trattare il caso – commenta il presidente facente funzioni della Corte d'appello di Palermo, Matteo Frasca – valuteranno i provvedimenti da prendere in base alla legge". Come dire che, in queste condizioni, il nuovo collegio avrà le mani legate.  L'Ispettorato del ministero della Giustizia ha avviato accertamenti preliminari sul caso della scarcerazione.

Il processo era stato denominato "Reset", dall'operazione dei carabinieri che, nella primavera del 2014, aveva azzerato il clan, con il decisivo contributo delle vittime del pizzo. Nella parte celebrata col rito abbreviato, che dà diritto a uno sconto di pena di un terzo, il giudice per l'udienza preliminare Sergio Ziino avrebbe avuto tempo fino al 20 novembre 2015 per pronunciare la sentenza: uscì dalla camera di consiglio il 19, alle 23. Il deposito delle motivazioni sarebbe dovuto avvenire entro il 19 febbraio, ma il termine poteva essere prorogato: cosa che non avvenne e i termini di custodia non furono sospesi. Solo in novembre, quando ci si accorse che il tempo della custodi cautelare era quasi scaduto, si cercò di rimediare con una proroga ex post. Ma era ormai troppo tardi. I ricorsi al tribunale del riesame hanno cancellato la decisione adottata dal presidente del Tribunale, Salvatore Di Vitale, in considerazione della complessità delle posizioni processuali da trattare, con 25 imputati e 46 parti civili, 24 delle quali sono vittime del pizzo e i familiari di Antonio Canu, ucciso nel 2005.

Per i presunti assassini di Canu, Michele Modica, condannato all'ergastolo, e Emanuele Cecala (30 anni) i termini di custodia scadranno il 19 agosto. Usciranno di prigione così Salvatore Buglisi, Bartolomeo Militello e Fabio Messicati Vitale, condannati a 3 anni e sei mesi, Carmelo Nasta (3 anni), ma anche Giovanni Di Salvo, che ha avuto 7 anni e 2 mesi, Carlo Guttadauro, fratello di Giuseppe, boss di Brancaccio, e di Filippo, cognato di Matteo Messina Denaro (5 anni e 4 mesi), Giovanni La Rosa, che deve scontare 6 anni, Vincenzo Maccarrone (4 anni e 8 mesi), Francesco Pretesti (6 anni e 10 mesi), Francesco Raspanti (6 anni), Giovan Battista Rizzo (8 anni), Giovanni Salvatore Romano (6 anni e 4 mesi), Francesco Speciale (8 anni e 9 mesi) e Francesco Terranova, considerato il capomafia di Villabate (6 anni e 8 mesi). Oltre a Cecala e Modica, in carcere resteranno Giuseppe Di Fiore , che deve scontare 10 anni e 8 mesi, Giovanni Pietro Flamia (10 anni e sei mesi), Atanasio Ugo Leonforte, Nicolò Lipari, Pietro Lo Coco, Giorgio Provenzano e Andrea Lombardo (10 anni e 6 mesi), Paolo Salvatore Ribaudo (10 anni).