Sei su Telegram? Ti piacciono le nostre notizie? Segui il canale di SiciliaFan! Iscriviti, cliccando qui!
UNISCITI

C’è una Sicilia che racconta le sue storie non con le parole, ma attraverso le radici delle sue viti. E tra queste radici si nascondeva l’orisi, un vitigno perduto e oggi ritrovato. La sua identità era, infatti, sparita dalle mappe ufficiali, cancellata dalla burocrazia dei disciplinari, ma oggi è tornato a vivere, ritrovando il suo nome e la sua voce.

Il ritorno dell’orisi tra le varietà reliquia è stato ufficializzato solo nell’estate 2025, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della revisione del disciplinare Terre siciliane IGT, ma il percorso di recupero è iniziato molto prima. Da anni, l’orisi era oggetto di ricerca e conservazione in alcuni vigneti storici della Sicilia, in particolare nell’area dei Nebrodi, dove pochi esemplari sopravvivevano tra le vigne più antiche.

Della sua storia si sapeva poco. Oggi, grazie agli studi genetici, sappiamo che l’orisi è frutto dell’incrocio naturale tra sangiovese e montonico bianco, una combinazione sorprendente, che ha dato vita a un’uva dalle caratteristiche uniche. Per decenni, però, nessuno lo chiamava più per nome. Era un “fantasma” della viticoltura siciliana.

Il progetto della Regione e l’impegno della famiglia Girelli

Come sottolinea il Gambero Rosso, tutto ciò è stato possibile grazie a un progetto ambizioso, avviato nel 2003 dalla Regione Siciliana. Il vivaio regionale Federico Paulsen di Marsala ha raccolto, infatti, nel tempo tutto il germoplasma viticolo dell’isola, conservando e studiando oltre 18 vitigni e 31 fenotipi diversi. Tra questi, anche l’orisi.

Nessuna rinascita sarebbe, però, stata possibile senza chi, ogni giorno, coltiva la terra e protegge queste varietà con passione. La vera protagonista della riscoperta dell’orisi è la cantina Santa Tresa, guidata da Stefano e Marina Girelli, imprenditori trentini con radici solide nel mondo del vino, che dal 2001 hanno scelto la Sicilia come terra d’adozione.

Oggi lavorano tra le colline del Cerasuolo di Vittoria, in provincia di Ragusa, con un approccio biologico e sostenibile e gestiscono, oltre a Santa Tresa, anche Cortese, due realtà votate, entrambe, alla valorizzazione dei vitigni autoctoni.

Il ritorno dell’orisi in etichetta

Proprio tra i filari di Santa Tresa, in un piccolo appezzamento esposto a nord e caratterizzato da suoli sabbiosi ricchi di minerali, l’orisi ha trovato una nuova casa. Qui, la famiglia Girelli ha piantato 1.523 ceppi del vitigno, coltivati con cura e attenzione, in attesa che la burocrazia ne restituisse ufficialmente il nome.

Per anni, il vino è stato commercializzato in forma anonima, sotto una semplice e misteriosa etichetta: una “O”. Un simbolo essenziale, ma carico di significati, che evocava l’assenza di identità e la storia sospesa di questo vitigno dimenticato.

La prima annata è stata quella del 2020, con una produzione volutamente limitata: appena poco più di 2.000 bottiglie, riservate agli appassionati più curiosi.

Nel calice si presenta con un colore violaceo intenso. Al naso offre profumi di ciliegia, grafite, spezie dolci e sfumature di erbe aromatiche. In bocca è fresco, elegante, con tannini delicati e un finale lievemente amaricante, che ne esalta il carattere rustico ma affascinante. Un vino capace di raccontare non solo un territorio, ma una rinascita.

Oggi nel vigneto sperimentale di Santa Tresa crescono oltre 2.800 piante, tra varietà antiche e vitigni quasi scomparsi. Un lavoro paziente che fa parte del progetto Bi.Vi.Si., nato in collaborazione con il Consorzio Sicilia DOC per studiare come clima, terreno e pianta interagiscono tra loro. Un modo concreto per custodire la biodiversità e costruire una viticoltura sempre più resiliente e sostenibile.

Il ritorno ufficiale dell’orisi, con il suo nome finalmente in etichetta, non è solo una vittoria contro la burocrazia. È il risultato di anni di impegno, tra sperimentazione sul campo, cura delle viti, piccole vinificazioni e cultura enologica. È la prova che in Sicilia, quando la passione incontra la memoria, anche un vitigno dimenticato può ritrovare la sua voce. E tornare a raccontare la sua storia.

Articoli correlati