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La carne di cavallo potrebbe presto uscire dalle tavole di tutta Italia. In commissione Ambiente del Senato sono arrivati due disegni di legge che, se approvati, cambierebbero il destino di una delle specialità più popolari di Catania.

I testi, a prima firma di Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (Avs), sono confluiti in un pacchetto che comprende anche un provvedimento analogo promosso da Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati). L’obiettivo è vietare la macellazione degli equidi a fini alimentari e riconoscere a cavalli, pony, muli, asini e bardotti lo status giuridico di animali da affezione, equiparandoli di fatto a cani e gatti.

Se il Parlamento approvasse il testo, la carne equina uscirebbe definitivamente dalla filiera alimentare legale. Per molte città italiane sarebbe un cambiamento limitato. Per Catania, invece, significherebbe toccare una delle sue specialità più identitarie.

Carne di cavallo, stretta in arrivo: cosa cambia davvero

Il cuore della proposta è l’attribuzione agli equidi della dicitura “Non Dpa”, ovvero “Non destinato alla produzione alimentare”. Una classificazione che renderebbe illegittima qualsiasi macellazione a scopo alimentare.

Le sanzioni previste segnano un cambio netto rispetto al passato: reclusione da 3 mesi a 3 anni e multa da 30.000 a 100.000 euro per chi alleva equidi con finalità di macellazione, con un aumento di un terzo della pena se le carni vengono immesse sul mercato. Non si parla più soltanto di sanzioni amministrative, ma di conseguenze penali con l’obiettivo dichiarato di smantellare la filiera.

Il Parlamento torna così su un tema rimasto ai margini per quattro legislature, a lungo considerato una questione di nicchia legata a tradizioni locali. La proposta introduce anche un sistema rigoroso di tracciabilità: entro due mesi dall’entrata in vigore della legge tutti gli equidi dovranno essere iscritti al Registro anagrafico nazionale e identificati tramite microchip, con multe tra 20.000 e 50.000 euro per chi non rispetta l’obbligo.

Ogni animale registrato verrebbe automaticamente classificato come Non Dpa, rafforzando i controlli sanitari e amministrativi sull’intero comparto. Un comparto che, peraltro, è già in ridimensionamento: secondo i dati allegati ai disegni di legge aggiornati al 20 gennaio 2026, le macellazioni sono passate dai 4.609 capi del 2012 (2.952 dall’estero, 1.657 dall’Italia) ai 3.636 del 2019 (1.304 dall’estero, 2.332 dall’Italia) fino ai 2.012 del 2025 (567 dall’estero, 1.445 dall’Italia).

Oggi le regioni con il maggior numero di equini macellati sono Puglia (34,32%), Emilia-Romagna (20,30%) e Veneto (13,67%); la Sicilia non figura tra le prime per numero di capi, ma mantiene un valore simbolico rilevante, soprattutto nell’area orientale.

Le associazioni animaliste accolgono la proposta come un passo atteso da anni. Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia, parla di “un passaggio politico rilevante e atteso” e ricorda le inchieste che hanno documentato criticità negli allevamenti e nei macelli di equini. Cupi aggiunge: “Il Parlamento ha deciso di affrontare una pratica crudele e opaca, che provoca gravi sofferenze agli animali e pone seri interrogativi anche sul piano della tutela della salute pubblica.” Nel 2023 una petizione promossa dall’associazione ha raccolto 247.000 firme, segnale di una sensibilità crescente.

Il pacchetto normativo prevede anche un Fondo per la riconversione degli allevamenti equini, con 6 milioni di euro l’anno dal 2025 al 2027, per sostenere attività alternative come centri di recupero per animali, turismo equestre, ippoterapia o maneggi sociali, con l’obiettivo di accompagnare la transizione del settore.

Catania e Siracusa, dove la carne di cavallo è identità

A Catania la carne di cavallo è molto più di un piatto. È un’abitudine che attraversa generazioni, un rito urbano che si consuma davanti alle griglie accese di via Plebiscito, tra macellerie storiche e bracerie sempre affollate. Qui il panino con la carne equina, le polpette, le braciole e le salsicce non sono soltanto specialità gastronomiche: rappresentano un modo di incontrarsi, di chiacchierare, di riconoscersi comunità.

La tradizione del consumo di carne di cavallo in Sicilia ha radici antiche. Per decenni è stata una scelta diffusa nella cucina popolare, anche per ragioni economiche, e con il tempo è diventata un simbolo dello street food etneo. Oggi continua a essere uno degli elementi che distinguono Catania nel panorama gastronomico nazionale, tanto da attirare visitatori curiosi di assaggiare un sapore considerato identitario.

Anche a Siracusa e in diversi centri dell’hinterland orientale questa consuetudine è ben radicata. Le preparazioni cambiano di poco, ma il significato resta lo stesso: la carne di cavallo è parte della quotidianità, delle feste informali, delle serate tra amici.

Un eventuale divieto nazionale non avrebbe solo un valore simbolico. Coinvolgerebbe un’intera filiera fatta di allevatori, macellai, ristoratori e lavoratori dell’indotto. Piccole attività storiche, spesso a conduzione familiare, che hanno costruito negli anni la propria identità anche attorno a questo prodotto.

Per questo, a Catania e Siracusa, il dibattito non si limita alla questione normativa. Tocca l’economia locale, ma soprattutto la memoria collettiva. Per molti, parlare di carne di cavallo significa parlare di casa, di quartiere, di tradizioni condivise. E l’idea che possa sparire dalle tavole apre un confronto che va ben oltre il semplice menù.

Tradizione o cambiamento? In Sicilia il confronto è aperto

Resta però l’interrogativo su come reagiranno i territori dove la carne equina è ancora parte della quotidianità. La proposta nasce da un cambiamento culturale evidente: sempre più italiani vedono il cavallo come compagno di sport e di vita, e i consumi risultano in calo.

Eppure città simboliche come Catania e Siracusa continuano a custodire una tradizione che va oltre il piatto. Da una parte c’è chi parla di una scelta di civiltà, dall’altra chi teme di perdere un pezzo di storia gastronomica. Il Parlamento dovrà decidere, ma sotto l’Etna il confronto è già vivo. Perché qui la carne di cavallo non è soltanto cibo: è memoria, è abitudine, è identità condivisa.

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