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Il mare torna a parlare, e lo fa con una promessa: chiarire uno dei grandi enigmi della storia antica. Questa mattina ha preso il via un nuovo progetto pilota di ricerche archeologiche nei fondali del Mediterraneo, con l’obiettivo di individuare nuove aree di interesse e fare luce una volta e per tutte sull’origine dei Bronzi di Riace.

Le indagini si concentrano lungo la fascia sud-orientale, a profondità comprese tra i 50 e i 150 metri, un tratto di mare che potrebbe custodire indizi decisivi.

Un progetto che unisce scienza, mare e nuove tecnologie

L’iniziativa “Progetto pilota per la ricerca sistematica in acque profonde” nasce dalla collaborazione tra la Soprintendenza del Mare e Arpa Sicilia, due realtà impegnate nella salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale.

Non si tratta di una semplice esplorazione. Il progetto punta a una ricerca sistematica, capace di mettere insieme dati archeologici e ambientali. Il mare viene osservato come un sistema complesso, ma anche come un grande archivio della memoria, in grado di restituire storie dimenticate.

Le operazioni si avvalgono di strumenti di ultima generazione: Side scan sonar (SSS), Multi beam echo sounder (MBES) e ROV, veicoli subacquei telecomandati.

Queste tecnologie permettono di mappare il fondale con estrema precisione, consentondo di individuare anomalie, verificare segnalazioni e ricostruire scenari finora solo ipotizzati. Non è solo una ricerca di reperti, ma un lavoro di ricostruzione storica.

Brucoli e la pista che riapre il caso

Tra le aree più osservate c’è Brucoli, in provincia di Siracusa. Qui si concentra una delle ipotesi più discusse degli ultimi anni. Secondo alcune ricostruzioni, i Bronzi di Riace non avrebbero trascorso secoli nei fondali calabresi. Al contrario, potrebbero essere rimasti a lungo nei mari di questa zona.

Un recente studio, firmato da 15 studiosi di sei università italiane, sostiene che le caratteristiche dei fondali, compatibili con le statue, coincidano con quelle di Brucoli. Un elemento che ha riaperto il dibattito.

L’ipotesi è affascinante: le statue sarebbero state recuperate nel 1968 a circa 80 metri di profondità nei fondali siciliani, per poi essere spostate e nascoste in Calabria, dove furono successivamente ritrovate.

Un lavoro coordinato tra istituzioni

Il coordinamento scientifico è affidato all’archeologo Roberto La Rocca, insieme ai team tecnici delle due istituzioni coinvolte.

Per l’assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana Francesco Paolo Scarpinato “queste indagini segnano un salto di qualità nell’approccio alla conoscenza del patrimonio sommerso. L’integrazione tra competenze archeologiche, tecnologie avanzate e monitoraggio ambientale consente, per la prima volta, una lettura interdisciplinare e su larga scala dei fondali siciliani, anche grazie al contributo di Arpa Sicilia”.

Le attività si inseriscono in un accordo operativo tra Soprintendenza del Mare e Arpa Sicilia, con l’obiettivo di sviluppare programmi di ricerca integrata.

A sottolineare il valore del progetto anche il soprintendente del Mare Ennio Turco per il quale si tratta di “una sinergia che rafforza la tutela e apre a nuove prospettive di ricerca, restituendo centralità al mare come archivio della nostra storia”.

Se le nuove ricerche dovessero confermare l’ipotesi di Brucoli, si aprirebbe uno scenario del tutto nuovo. La storia dei Bronzi di Riace potrebbe essere riletta, con un ruolo centrale del mare che bagna la Sicilia. Per ora resta la ricerca. E l’attesa di risposte che potrebbero emergere proprio da quei fondali che, da secoli, custodiscono il loro segreto.

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