Quella di Abramo Abulafia è una figura sicuramente singolare, che incrocia il suo destino con la storia della Sicilia. Filosofo e mistico spagnolo di origini e cultura ebraiche, è considerato uno dei maggiori studiosi della Qabbalah dell’epoca medievale.

Nacque a Saragozza, in Spagna e dai 18 anni visse una vita errabonda, alla ricerca del Sambation, oltre il quale si sarebbero trovate le Dieci Tribù perdute di Israele. Abramo era di carattere estroverso, e con facilità trovava chi l’ascoltasse.

Fu dunque a Capua che iniziò a scrivere ed a insegnare. Scrisse infaticabilmente di Qabbalah, filosofia, grammatica, e si circondò di discepoli a cui trasmetteva molto del suo entusiasmo. Dopo il suo ritorno in Spagna, all’età di trentun anni, ebbe le prime esperienze mistiche.

Compose il suo primo libro profetico in Grecia, ma il suo spirito inquieto continuò a spingerlo verso un incoltro con il Papa Niccolò III. Il pontefice si rifiutò di dargli udienza, rifugiandosi al castello Soriano e, per farlo desistere, avrebbe anche minacciato di mandarlo al rogo.

Quando Abulafia lo raggiunse e bussò alla sua porta, il Papa spirò improvvisamente per un colpo apoplettico. Abulafia sostenne di essere stato lui a causare la morte del pontefice.

Ma cosa c’entra Abulafia con la Sicilia?

Il suo peregrinare lo portò fino in Sicilia, a Messina, dove diede vita a un circolo di studenti e ammiratori, che seguivano i suoi precetti. Rimase qui sei anni e si autoproclamò Messia. Lo scandalo suscitato da questa affermazione costrinse il filosofo a fuggire ancora.

Nell’isola maltese di Comino compose il Sefer ha-Ot (Libro del segno) tra il 1285 e il 1288. Nel 1291 scrisse la sua opera più difficile, gli Imre Shefer (Parole di bellezza); dopo questa data si perde ogni traccia di lui.