L’agave in Sicilia è molto diffusa. Si tratta di una di quelle piante diventate parte integrante del paesaggio. Si tratta di una pianta affascinante, che porta con sé leggende e peculiarità. È originaria del Sud America ed era inizialmente diffusa nelle zone tropicali, ma è arrivata nell’area Mediterranea, adattandosi perfettamente. In Sicilia cresce rigogliosa.

Quando fiorisce, si mostra in tutta la sua magnificenza, ma proprio la fioritura è legata a un evento molto triste. Fiorisce, infatti, una volta sola nella vita e la fioritura ne preannuncia la morte. A tal proposito, i contadini siciliani dicono che l’agave si mantiene “schietta” (inteso come vergine) per molti anni e che, un anno dopo essere “maritata” muore.

L’agave è legata a un tremendo racconto.

Agave, infatti, è un personaggio della mitologia greca. Era figlia di Cadmo, re di Tebe, e di sua moglie Armonia, e aveva le sorelle Ino, Semele e Autonoe ed un fratello (Polidoro). Fu sposa di Echione, dal quale ebbe Epiro e Penteo, ucciso da lei stessa.

Quando il figlio divenne re di Tebe, si oppose all’introduzione in città del culto di Dioniso (cugino per parte di madre dello stesso Penteo), ritenuto troppo sfrenato e completamente privo di razionalità.

Il dio, per vendetta, usò Agave e le zie di Penteo, Autonoe ed Ino, per uccidere il sovrano.

Dioniso consigliò a Penteo di spiare la madre e le zie, riunite sul monte Citerone a celebrare i riti bacchici, in modo da rendersi personalmente conto di quello che era il nuovo culto.

Penteo, nascosto sopra un pino, venne scoperto dalle invasate che accecate dalla furia dell’estasi dionisiaca, lo scambiarono per un cucciolo di leone e fecero a pezzi il suo corpo.

La prima a colpirlo fu la stessa Agave, che presa la sua testa la conficcò su un tirso, portandola come un macabro trofeo fino a Tebe, per mostrala al padre Cadmo. Solo arrivata in città la madre si accorse del tragico inganno.

Questo racconto mitologico non è ambientato in Sicilia, ma bisogna dire che l’agave, sull’isola, è sempre stata avvolta da un alone un po’ misterioso. Rappresenta, infatti, un antidoto contro malocchio e jettatura.

Giuseppe Pitrè racconta che a Marsala si dice che sia sufficiente toccare un dente dolente, purché non cariato, con un aculeo di agave (raccolto un venerdì di marzo prima che spunti il sole, e messo a disseccare e conservato con la massima cura), affinché il dolore scompaia rapidamente.

Foto Wikipedia

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