Pillole di lingua siciliana: il verbo annacare.

  • Continuiamo a scoprire insieme le tante sfumature della lingua siciliana.
  • Oggi approfondiamo un verbo molto utilizzato in tutta la regione.
  • La sua origine è molto interessante.

I termini tipici della lingua siciliana rivelano una storia molto interessante. Per capirne meglio il significato, bisogna andare indietro nel tempo, nelle epoche di antiche dominazioni e antichi popoli. Oggi abbiamo scelto il verbo annacare, per diversi motivi. Anzitutto, perché ha diversi significati e, in secondo luogo, perché l’origine risale al 1500. Questo termine, infatti, è stato portato in Sicilia dai mercenari tedeschi giunti a Messina al seguito di Carlo V. L’anno, per la precisione, era il 1535. I soldati che avevano figli utilizzavano una specie di culla rustica, trasportata con una cinghia al petto dalle loro mogli. Le donne marciavano accanto a loro, che erano invece a cavallo. Un veicolo a quattro ruote, che si chiamava anhänger (la pronuncia è con la g dura), e indicava il rimorchio. Il termine vernacolare nasce proprio da lì: dal dondolamento ritmico di veicolo, da cui deriva anche il lessema “naca”, ovvero la culla.

Da quel termine hanno anche avuto origine alcuni modi di dire, come “Cadìri da’ naca”, cioè ritrovarsi smarrito, non sapere cosa fare. Lo scrittore Roberto Alajmo, nel suo libro “L’arte di annacarsi”, ha scritto: “Annacare/annacarsi è in dialetto siciliano un verbo insidioso, difficilmente traducibile in italiano. Quel che più si avvicina è cullare/cullarsi, ma non è proprio la stessa cosa. L’arte di annacarsi prevede il muoversi il massimo per spostarsi il minimo. Una immagine che descrive bene lo spirito dell’isola e più ancora la disposizione d’animo dei siciliani tessuta di diffidenza”. Si può usare il verbo annacarsi, ad esempio, anche per dire a qualcuno che sta perdendo tempo: “La smetti di annacarti?”. O, anche: “Siamo in ritardo, ti vuoi annacare?” per fargli dare una smossa.

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