La ceramica di Caltagirone è uno dei manufatti artigianali siciliani più famosi. Le sue origini sono molto antiche. Secondo gli esperti, i ceramisti arabi, sin dall’827, a seguito della conquista musulmana dell’isola, si sarebbero stabiliti qui e avrebbero dato un forte impulso all’arte ceramica, con i procedimenti tecnici usati in Oriente.

La storia della ceramica di Caltagirone

Nel Medioevo la ceramica caltagironese ebbe un notevole impulso, grazie alla buona qualità delle argille. Le quartare per contenere il miele, in questo periodo, erano note ovunque. Sebbene dai documenti scritti e, principalmente dai Riveli, si rilevino molti nomi di ceramisti del Cinquecento con oltre cento officine di maiolicari attive, a causa del terremoto del 1693, che sconvolse tutte le città della Sicilia orientale, sono pochissime le opere superstiti.

Del Seicento si può dire altrettanto. Infatti, eccetto i significativi frammenti di pavimento datati 1621, opera di maestro Francesco Ragusa, e quelli dell’altro impiantito della seconda metà dello stesso secolo, del maestro Luciano Scarfia.

Il resto fu travolto dal terremoto dell’11 gennaio 1693, che cancellò nella parte orientale dell’isola quasi ogni traccia dell’attività plurisecolare delle officine ceramistiche caltagironesi.

Il post-terremoto

Con l’avvento del nuovo secolo (1700) si ebbero palesi segni di ripresa anche per l’arte ceramica, che rifiorì sotto nuovi indirizzi artistici; Vennero fuori gli ornati a motivi floreali, a grandi volute e a disegni continuativi. Dalle fornaci caltagironesi escono ora vasi con ornati a rilievo e dipinti, acquasantiere, lavabi, paliotti d’altare, statuette, decorazioni architettoniche di prospetti di chiese, campanili e case private, pavimenti con ornati a grandi disegni.

Tra i maestri più abili e noti, ricordiamo i Polizzi, i Dragotta, i Branciforti, i Bertolone, i Blandini, i Ventimiglia, i Capoccia, i Di Bartolo e altri. L’Ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, col dilagare di terraglie continentali, di produzione seriale sul mercato isolano, dà un fatale colpo alla ceramica caltagironese che inizia la sua parabola discendente continuando a dibattersi fra gli antichi procedimenti tradizionali di vetuste botteghe prettamente artigianali.

Don Luigi Sturzo, raccolti gli ultimi rappresentanti di quella morente tradizione, fra cui il ceramista Gesualdo Di Bartolo, il figurinaio Giacomo Vaccaro ed il plasticatore Giuseppe Nicastro, aprì nel 1918, lottando contro remore ed incomprensioni, la Scuola di Ceramica, oggi divenuta Istituto Statale d’Arte per la Ceramica, a cui fanno capo le forze più rappresentative della rinnovata arte locale.

Filiazione dell’Istituto è il Museo Regionale della Ceramica, che raccoglie eccezionali cimeli d’ogni tempo.

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