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Emanuele Piazza, chi era il poliziotto siciliano ucciso nel 1990 in circostanze poco chiare. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Dove è nato, la sua carriera in polizia, l’attività di agente segreto. Quando è morto e in che circostanze.

Emanuele Piazza

Emanuele Piazza nasce a Palermo, l’8 dicembre del 1960. Muore a Capaci, in provincia di Palermo, il 16 marzo del 1990, quando non ha ancora compiuto 30 anni. Del suo caso si sono occupate anche diverse trasmissioni italiane, come “Chi l’ha visto?“, “Dritto e rovescio” e “Blu notte – Misteri italiani”. Ricostruiamo la sua vicenda, a cominciare dalla biografia.

Piazza inizia la sua carriera in Polizia di Stato alla scuola allievi guardie Alessandria. Passa poi alla scuola tecnica Polizia Roma (addestramento metodico con tutte le armi in dotazione) Centro Sportivo Sezione Lotta Fiamme Oro. Segue l’assegnazione all’Ispettorato Quirinale, servizio scorta per l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, quindi lo assegnano al centro Interprovinciale Criminalpol della Questura di Roma.

In seguito alle dimissioni torna a Palermo e opera come agente dei servizi segreti italiani del SISDE, occupandosi della ricerca di alcuni latitanti. Scompare dalla sua abitazione di Sferracavallo (borgata marinara di Palermo) il 16 marzo del 1990.

Scomparsa, indagini, condanne

Il giorno dopo la scomparsa, Emanuele Piazza dovrebbe partecipare alla festa di compleanno del padre Giustino, ma non si presenta. Il padre e il fratello lo vanno a cercare in casa e trovano la pasta cotta e una scatola di cibo per il cane, ma di lui non c’è traccia. Il padre, avvocato, e il fratello, presentano denuncia per la scomparsa. Da quel momento, però, amici e referenti di Piazza alzano un muro di silenzio e negano che lavorasse per il SISDE.

Dopo diverse smentite, Giovanni Falcone, allora Procuratore Aggiunto, acquisisce conferma ufficiale dal direttore del servizio per le informazioni e la sicurezza democratica Riccardo Malpica, che Piazza fosse stato assunto come agente in prova. È il 22 settembre del 1990. La notizia della scomparsa di Emanuele Piazza esce sulla stampa a distanza di sei mesi.

Una ricostruzione della vicenda avviene grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante. Quel 16 marzo, Emanuele Piazza sarebbe stato attirato fuori casa da Onorato, ex puglie e vecchio compagno di palestra. Onorato l’avrebbe condotto in uno scantinato e strangolato, quindi il corpo sarebbe stato sciolto nell’acido.

Una sentenza irrevocabile del 20 maggio 2004 condanna come autori materiali dell’omicidio Salvatore Biondino, Giovanni Battaglia, Antonino Troia, Salvatore Biondo “il corto” (classe 1955), Simone Scalici, con altra sentenza divenuta irrevocabile Salvatore Biondo “il lungo” (classe 1956) e i collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante.

Le rivelazioni dei pentiti

Secondo le notizie raccolte da Giovanni Falcone, Emanuele Piazza avrebbe collaborato con i Servizi dal 13 novembre del 1989 al 13 febbraio del 1990 per la ricerca di latitanti. Stando alle dichiarazioni di Onorato, durante la sua attività sarebbe stato notato da alcuni uomini di Cosa nostra.

Nel 1996 il collaboratore di giustizia Francesco Elmo racconta ai magistrati che Piazza sarebbe stato un reclutatore di agenti per conto di una imprecisata “struttura”, di cui avrebbero fatto parte uomini delle istituzioni, politici, civili, militari e mafiosi, che sarebbe stata coinvolta in numerosi fatti di cronaca della storia siciliana di quegli anni. Queste dichiarazioni non trovano mai riscontri significativi.

Nel 2009 il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte dichiara che Emanuele Piazza ed Antonino Agostino avevano impedito che l’attentato dell’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone andasse a buon fine, fingendosi sommozzatori e rendendo inoffensivo l’ordigno nelle ore notturne antecedenti al ritrovamento.

Tuttavia, nel 2011, il pool di periti nominati dal gip di Caltanissetta Lirio Conti ha stabilito che il Dna delle cellule epiteliali, estratte dalla muta subacquea e dal borsone ritrovati sul luogo del fallito attentato, non è compatibili con quelle di Agostino e Piazza, smentendo così le dichiarazioni di Lo Forte.

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