01In questi anni la Pagina SiciliaFacebook è diventata una sorta di piccola enciclopedia a tema. Tutto ciò che racconta la sicilia e i siciliani a 360 gradi è stato da noi archiviato per essere poi condiviso, raccontato e tramandato. E nella nostra continua ricerca abbiamo trovato questo bel racconto del Prof. Alberto Todaro che racconta cosa è stata ed è ancora per noi in Sicilia e per i siciliani nel mondo la vera “festa”dei morti. Consigliamo di leggerla e rileggerla. È il vero spaccato del nostro essere veramente siciliani al di là di mode e americanismi che non ci appartengono e speriamo non ci appattengano mai. 
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Credo di nutrire un’avversione profonda per questo Halloween che ogni anno si ripropone come se non aspettassimo altro. Sto sviluppando una repulsione per questa festa che, come per tutte le cose che arrivano dal mondo anglosassone in generale e dall’America in particolare, noi Italiani ci sentiamo in dovere morale di scimmiottare. A Girgenti ovviamente non festeggiavamo – e per quanto mi riguarda non lo faccio neanche adesso – Halloween, di cui non conoscevamo neppure l’esistenza. Noi festeggiavamo i morti.
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Esatto, la festa che surclassava tutte le altre, lasciandole indietro con uno stacco praticamente incolmabile, era la festa dei morti. Due novembre: commemorazione dei defunti. Era la classica festa nella quale i bambini ricevevano regali.
natale
A Natale c’era un supplemento ma i morti era la festa per eccellenza. Non c’era partita, con tutto il rispetto, con Gesù bambino – o bambinello Gesù – pur molto caro a noi bambini di allora. (Occorre anche dire, appunto, che a Natale a noi i doni non li portava Babbo Natale ma Gesù bambino in persona.) Però i doni migliori, lo ripeto, ce li portavano i morti, niente da fare. Non so adesso com’è la situazione ma temo che non sia più come prima ovvero la festa dei morti credo sia passata in secondo piano, relegata al rango di festa di nicchia.
E quindi per i morti si ricevevano regali di ogni genere. ”Chi ti ficiru acchiari i morti?” – era la domanda classica quel giorno. Il regalo più gettonato era la pistola giocattolo, la Lori. Giocattolo mica tanto, in verità, perché le cartucce di plastica che si mettevano dentro, se ti colpivano ti facevano male. Infatti subito dopo i morti, le strade erano attraversate da nugoli di bambini che impugnavano pistole che neanche a Carson City. Addirittura nel giorno stesso, gli stessi cimiteri diventavano luoghi di inseguimenti e duelli armati.
I morti era anche una festa molto dolciaria, c’erano tanti prodotti che venivano consumati per questa ricorrenza.
I più buoni in assoluto, accetto scommesse, erano e sono i frutti di martorana. I famosissimi e buonissimi pezzi di marzapane o pasta reale alla mandorla a forma di frutta od ortaggi. Noi li compravamo qualche giorno prima della festa dalle monache del monastero di Santo Spirito, nella zona vecchia di Girgenti, ed erano troppo buoni. Mio padre suonava al citofono e dopo un tempo biblico di attesa si sentiva una vocina: “Sia lodato Gesù Cristo”. Al “Sempre sia lodato” di mio padre, ci apriva il portone una suorina, perlopiù attempatella, che ci parlava da dietro una grata tipo confessionale (Santo Spirito è un monastero di clausura); poi ci faceva aspettare e ci andava a prendere l’attesa guantiera. Dopo un tempo in cui si sarebbe potuto attraversare il Sahara, la monachella tornava col vassoio. I tempi morti in quell’atmosfera monacale per me e i miei fratelli erano uno spasso assoluto, perché si doveva mantenere il silenzio e noi non ci pensavamo neppure. Lo stesso rito si ripeteva a Pasqua, quando tornavamo lì a prendere l’agnello pasquale o pecoro. Erano buonissimi anche i taralli, biscotti abbastanza teneri ricoperti da una glassa di zucchero con retrogusto al limone e i tatùvariante al cacao dei taralli. Non erano niente ma niente male anche i rami di meli che, per quanto duri e gommosi, avevano quel gusto di miele che era una vera meraviglia e io ne avrei mangiati a pacchi. Erano terribili invece, o almeno a me non piacevano, i ‘nciminati, biscotti interamente ricoperti di giuggiulena (ovvero semi di sesamo), i carcagnetti o ossa di morto, durissimi e bicolore e i biscotti di San Martino, duri ma friabili e col seme di finocchio. Erano tutti dolciumi che probabilmente testimoniavano di un periodo di grande miseria nella nostra terra – non che ora navighiamo nell’oro – per cui si produceva quello che si poteva con pochi mezzi e pertanto con poca qualità.
 Ricordo però che i miei genitori ne andavano matti. Ma il re dei dolci dei morti era assolutamente ‘a pupa di zzuccaru, cioè una figura fatta completamente di zucchero, cava all’interno, raffigurante personaggi vari tipo messeri, dame, paladini, cavalieri debitamente a cavallo, ecc… Erano dipinti con colori sulla cui atossicità non scommetterei una lira. In seguito vi furono raffigurazioni di Zorro, Sandokan e altre minchiate di pari tenore. Attualmente i pupi di zzuccaru sono pressoché scomparsi dal mercato ma non dai nostri ricordi.
La mattina del fatidico due novembre, i morti ci facevano trovare tutti questi dolciumi nel salone di casa nostra, ovviamente coi regali che ci avevano portato (a noi quelli interessavano, mica i dolci). E devo dire che raramente restavamo delusi, i morti sapevano come farsi apprezzare. La mattina dei morti mio fratello ed io avevamo una sorta di orologio biologico che ci faceva svegliare verso le cinque-sei del mattino per andare a vedere i regali dei morti e ogni volta finiva che nostro padre o nostra madre si svegliava e ci rimandava a letto dicendo che l’indomani mattina avremmo avuto tutto il tempo per giocarci.
pista polistil
Soprattutto quella volta che i morti ci fecero trovare degli strumenti musicali ed esattamente una fisarmonica a me e una batteria a mio fratello. Ora, finché trovavamo le macchinine telecomandate, la pista Polistil o il trenino Lima era un fatto, ma quando trovammo la fisarmonica e la batteria e ci mettemmo a suonare nel cuore della notte la cosa cambiò leggermente. Infatti ricordo che mio padre si incazzò della bella e ci rimandò a letto dove noi ridacchiando mestamente tornammo.
Il giorno dei morti si andava al cimitero, che ve lo dico a fare. Mia nonna e la zia Pietrina – sua sorella signorina, donnina straordinaria di nemmeno un metro e cinquanta – andavano molto per tempo, portandosi le sedioline pieghevoli. Si piazzavano davanti alla tomba dei nostri defunti – a Girgenti le tombe sono per lo più tombe di famiglia, pochi i loculi – e attaccavano a recitare rosari a manetta, inframmezzando le avemarie, i paternostri, e i glorialpadre con una preghiera che diceva: “Per le figlie per le spose che son tanto tormentate, Gesù mio, voi che le amate, consolatele per pietà”. La preghiera dell’eterno riposo godeva del privilegio del latino e mi piaceva il suono delrequéscandimbacem – almeno io la capivo così. Infine arrivavano le litanie, la qual cosa, per una serie di motivi, mi faceva secco. Voglio dire, queste frasi latine, per me assolutamente incomprensibili, pronunziate chissà come, con quell’orapronòbbisi in mezzo, stimolavano in me una fantasia pazzesca: federisarcaianuacelivassinzignedevozzionissalussinfirmorum, eccetera eccetera; fino ad arrivare alle due litanie che mi stinnicchiavano dalle risate: virgo veneranda evirgo predicanda. Queste due mi facevano morire ed ero costretto a ridere in silenzio cercando di non farmi vedere ma ho rischiato per diversi anni il soffocamento.
cimitero
E comunque mi piaceva tutta l’atmosfera del due novembre, l’odore dei ceri e l’odore dei fiori; la fila dal fioraio e la fila alla fontanella per riempire ilcato d’acqua. Poi c’erano anche le orfanelle che offrivano preghiere per i defunti in cambio di un obolo, che però veniva versato alla suora. Mi piacevano anche le statue che c’erano e ci sono su alcune tombe; angeli inginocchiati o appoggiati a colonne spezzate o con catene in mano; redentori, crocifissi, risorti e cuoridigesù in varie pose e madonne a manetta; foto dei defunti su libri aperti con frasi esaltanti le virtù rare dello scomparso. Comunque se qualcuno ha la possibilità di andare al cimitero di Girgenti si può rendere conto da solo dell’agghiacciante bruttezza di quelle statuine.
Insomma era tutta un’atmosfera della quale ogni tanto mi tornano in mente dei brani e in linea di massima nonostante la solennità del momento, i miei fratelli e io per i morti ci ammazzavamo di risate.
Articolo del 29 ottobre 2013
Se volete leggere in originale e trovare altro consultate: “oltre girgenti