I “surrogati” siciliani del dopoguerra. A tutti coloro che si lamentano della crisi in cui ormai da anni versa la Sicilia abbassando le braccia in segno di resa, vorrei raccontare la storia della generazione di siciliani che durante la seconda guerra mondiale pur vivendo in condizioni ben peggiori, riuscì a superare uno dei più difficili periodi storici dello scorso secolo. Durante l’ultimo conflitto bellico che interessò anche il mediterraneo,  l’economia siciliana subì un grave rallentamento a causa della paralisi dei commerci marittimi. Le conseguenze furono rilevanti per i siciliani poichè l’impossibilità di approvvigionamento delle materie prime causò il blocco di molte attività produttive.  Nel 1943 la guerra in Sicilia finì, ma malgrado ciò a causa della prosecuzione del conflitto che si protrasse per altri due anni nel nord Italia per la strenua resistenza dell’esercito tedesco e dei fascisti di Salò,  la paralisi commerciale continuò. Il blocco del fronte tedesco divise l’Italia in due, impedendo alla Sicilia ed alle regioni del sud di ricevere materiali indispensabili per la realizzazione della maggior parte dei beni di consumo. Alla fine della guerra il rilancio dell’economia fu lento e difficoltoso, dovuto anche al fatto che l’Italia fu penalizzata da pesanti sanzioni post belliche. Le condizioni economiche dell’isola erano allo stremo, e la gente era sfiduciata e provata da anni di paura e di privazioni. Durante questo lungo periodo di isolamento, il popolo siciliano così come il resto degli italiani, fu costretto ad ingegnarsi per sopperire alla carenza di materie prime e di generi di importazione. Per questa ragione si cominciarono a creare con le risorse locali nuove materie alternative e sostitutive, definite al tempo “surrogati”. Tra i più ricordati nella memoria di chi visse all’epoca, “la vecchina” un sostituto del caffè, prodotto nazionale del periodo fascista pubblicizzato alla radio con lo slogan: “Se vuoi vivere quanto Noè bevi vecchina e non caffè”, oppure il “surrogato” di caffè fatto con i semi delle carrubbe tostati e macinati, o il caffè d’orzo. La produzione dei surrogati non si limitò agli alimenti, ma interessò anche l’abbigliamento realizzato con un sostituto del cotone cioè il filo della zabara, tipica pianta grassa siciliana, o anche le calzature che in mancanza del cuoio venivano realizzate in sughero o in legno. I vestiti dei bambini erano rigidi e quasi sempre di almeno due taglie più grandi, detto alla siciliana “in crescenza” perché gli abiti venivano passati dal fratello più grande a quello più piccolo e dovevano durare più stagioni, riducendosi alla fine pieni di rammendi e toppe. Insomma si può dire che quella dei nostri predecessori fu una vita semplice e spartana, e coloro che hanno vissuto quel periodo storico oggi ne raccontano con il sorriso dettagli, aneddoti e curiosità, senza però mai dimenticare malgrado il sopraggiunto benessere, un passato che indubbiamente ha cambiato per sempre il loro modo di approcciare le difficoltà della vita.