01Il carrubo è, assieme all’ulivo, alla vite, al grano, parte integrante del territorio siciliano fin dai tempi remoti; ha influenzato la vita quotidiana e ha lasciato tracce indelebili nella storia del territorio e quindi nella nostra cultura. La carruba è stata un elemento estremamente importante per lo sviluppo ed il progresso dell’uomo mediterraneo. Anzi la storia ci dice che per alcune popolazioni questo frutto è stato fondamentale per il loro sostentamento. Spesso, e per alcuni periodi particolari, è stato l’unico alimento a disposizione.
La maestosità della chioma del carrubo, i suoi frutti dai molti usi, la sua longevità hanno fatto sorgere intorno a questo gigante della natura, specialmente dove la sua presenza era più estesa come da noi in Sicilia, una serie di leggende e credenze popolari come quella che affermava che sotto tale albero si potesse rinvenire un tesoro cioè una "truvatura"; ma non solo, sotto le fronde dei carrubi la fantasia popolare indicava l’abitazione di fate e streghe.
Secondo un’antica leggenda greca il carrubo (Ceratonia siliqua) nacque dal corno di un toro che venne colpito da un fulmine. Tale leggenda ha lasciato il segno appunto nel nome Keronia, dalla contaminazione dei nomi greci keras (corno) e keraunós (fulmine).
Nel suo Vangelo, Luca si riferisce alle carrube quando nella “parabola del figliol prodigo” cita i “baccelli” che vengono dati ai maiali, che il giovane è incaricato di accudire, e con i quali avrebbe voluto riempire la sua pancia vuota.
Un’altra leggenda narra che re Guglielmo II il Buono mentre un giorno era a caccia a Monreale, stanco dalle fatiche della caccia, si addormentò sotto un albero di carrubo. Nel sonno gli apparve la Madonna che gli disse: "Nello stesso posto dove tu stai dormendo c'è nascosto un grande tesoro: scava e quando lo trovi costruisci in questo stesso luogo un tempio". Il re normanno svegliatosi, ed impressionato dal sogno, chiamò i suoi uomini e ordinò di sradicare il carrubo e di scavare sotto di esso. Il tesoro c’era veramente, e il re ne rimase sbalordito. Guglielmo fece chiamare i migliori architetti, i più esperti muratori e i più bravi mosaicisti "i mastri di l’oru" e subito si diede inizio ai lavori che si conclusero realizzando quella meraviglia architettonica che è il Duomo di Monreale.
Il carrubo è noto anche come “il Pane di San Giovanni”, poiché, dice la leggenda, che il Battista si nutriva nel deserto anche del frutto di questo albero. A chi gli chiese il perché, rispose che quell'albero, essendo lunare, andava nella sua evoluzione a trasformarsi in solare, del quale era simbolo il Battesimo e la Redenzione. 
Il carrubo esisteva come albero spontaneo nelle terre del bacino orientale del Mediterraneo. Una tesi assai accreditata afferma che la sua coltivazione ebbe inizio soltanto al tempo dei Greci, che la estesero in Sicilia, ma furono gli Arabi che, col nome di Kharrub o Charnub, ne intensificarono la coltivazione e la propagarono fino in Marocco e in Spagna. Altri studiosi sostengono che l'originaria diffusione del carrubo in Sicilia sarebbe dovuta ai Fenici, provenienti dai territori del Medio Oriente considerata area di origine del carrubo. L'Enciclopedia Agraria italiana concorda con questa impostazione e afferma che il carrubo per le sue proprietà e caratteristiche fu sicuramente uno degli alberi da frutto più apprezzati anche dai discendenti dei Fenici cioè i Cartaginesi. È certo che al tempo dei romani il carrubo veniva coltivato.
Nel medioevo gli arabi provenienti dal Medio Oriente, nella loro conquista del Mediterraneo, diffusero la conoscenza e la coltivazione di questa pianta che attecchiva egregiamente anche in territori asciutti e caldi. Le carrube, note a tutte le popolazioni cristiane d'Europa, venivano utilizzate per la preparazione di prodotti medicinali e di dolci. Già prima dell’età moderna il carrubo era coltivato in tutta l’area mediterranea.
Nella seconda metà del ‘700 interessanti notizie sulla coltura del carrubo in Sicilia vengono fornite dall'abate Sestini, il quale elenca tra le zone di maggiore produzione i territori di Modica, Ragusa, Scicli, Comiso, Noto e Avola. A quel tempo, la produzione siciliana di carrube era valutata in 60 mila quintali l'anno. Di questa enorme produzione, circa 40 mila quintali venivano esportati, mentre il resto era utilizzato come alimento per il bestiame e per la povera gente, oltre che per usi medicinali. 
È destino di molte cose che hanno avuto un passato importante, ritrovarsi, oggi, ai margini della storia. Questo è toccato al carrubo, un tempo preziosa risorsa di tutto il Mediterraneo.
Nonostante il ruolo nobile prima descritto, anche il “carrubo selvatico”, secondo una tradizione popolare siciliana, rientra nella lista degli alberi incriminati di aver offerto un ramo per il suicidio di Giuda.
In Siria e nell’Asia Minore il carrubo era sotto la protezione di san Giorgio. Anche se oggi il santo patrono di Ragusa è san Giovanni Battista, la città ha come compatrono san Giorgio. La devozione al santo guerriero è più sentita ancora oggi nell’antica Ibla nella quale località gli sono dedicate più di una chiesa. 
Nel suo sviluppo l'albero de1 carrubo assomiglia al ciclo della vita dell’uomo. Avviene in cinque periodi: improduttivo o d'infanzia fino a dieci anni; di formazione fino a venti anni; d'incremento fino a trent’anni; di maturità da trenta ad oltre cento anni e ancora a duecento anni è considerato giovane e produce fino a trenta quintali di frutti; di vecchiaia o decadenza oltre i quattro secoli. Col passare dei secoli in realtà il carrubo non invecchia, diventa più robusto, gigantesco, più chiomato, più possente e fruttificante. La pianta del carrubo può raggiungere anche i cinque secoli di vita e i quindici metri di altezza con la sua chioma sempreverde. I rami sono eretti, ma quelli inferiori più vecchi e più robusti, s'inarcano verso il basso fino a toccare il terreno.
In Sicilia la maggiore presenza di carrubi era ed è principalmente nelle province di Ragusa, Siracusa e Agrigento, ma anche di Caltanissetta, Catania e Palermo. Anche se la rilevanza economica di questa produzione è in declino esistono tuttora importanti carrubeti nel ragusano e nel siracusano, in queste zone sono ancora attive alcune industrie che trasformano il mesocarpo del carrubo in semilavorati, utilizzati nell'industria dolciaria e alimentare. La provincia di Ragusa copre circa il 70% della produzione nazionale.
Gli arabi ritenevano che tutti i semi del carrubo avevano la particolare caratteristica di avere sempre un peso costante (1/5 di grammo) e quindi utilizzarono per primi i semi detti carati (dall’arabo qīrāṭ o karat) come unità di misura dell’oro.
La pianta fiorisce nei mesi di luglio-agosto fino a dicembre e l'ombra delle chiome, conservando il fogliame molto fitto, produce zone preziose d'ombra in luoghi aridi.
Un tempo, le carrube venivano utilizzate nel processo di fermentazione per la produzione di alcool etilico. 
I semi di carruba sono "un meraviglioso dono della natura". Infatti essi rappresentano una miniera inesauribile di una vasta gamma di utilizzazioni industriali.
Parte dei succedanei del cioccolato sono ottenuti da pasta o semi di carrube. 
Molti addensanti, gelificanti, di prodotti alimentari sono ottenuti da farina di semi di carrube. I semi macinati vengono anche usati per la preparazione di gomme industriali.
Come uso della tradizione popolare i semi macinati fino a diventare farina venivano usati come anti-diarroici. Dai semi inoltre si ricava una farina utilizzata nella preparazione di budini, gelatine, marmellate giacché possiede un potere addensante. 
I frutti si conservano per molto tempo e possono essere consumati comunemente freschi o secchi o, in alternativa, passati leggermente al forno.
Essendo una pianta molto longeva, dopo le prime piogge d'agosto, ai suoi piedi si ha la comparsa, del cosiddetto fungo del carrubo (Laetiporus sulphureus). Raccolto viene venduto a prezzo molto elevato nei mercati locali e viene cucinato come carne al ragù.
In fitoterapia l'estratto secco della carruba è utilizzabile, anche assieme allo zenzero, nel colon irritabile ad alvo diarroico.
Le carrube venivano e ancora oggi vengono aggiunti all’alimentazione del bestiame o utilizzati per la preparazione di mangimi animali.
Effettivamente questi legumi a polpa concentrata, leggermente zuccherina, mediamente proteica e povera di grassi, meritano davvero l’accostamento al pane, tant’è che in passato hanno contribuito a nutrire la nostra gente, soprattutto nei periodi di siccità, quando il frumento scarseggiava. E allora si confezionava un pane economico, lavorato con miscuglio di farina di grano e granturco.
Come medicamento, sotto forma di infusi, i nostri antenati utilizzavano le carrube per curare malattie di ogni genere.
Lo sciroppo ricavato dalle carrube si ottiene mediante il seguente procedimento:
Si spezzettano le carrube e si lasciano a macerare coperte di acqua per 48 ore. Si fanno bollire per 10 minuti e si spegne il fuoco. Quando il liquido è tiepido si versa una manciata di cenere di legna, si schiacciano le carrube si agita il tutto. Si lascia riposare ancora per 24 ore. Si filtra il liquido trasparente e lo si fa bollire fino a ridurlo a un terzo del volume iniziale, aggiungendo a piacere le scorze di arancia o di limone. Lo sciroppo di carruba ha il merito di conservarsi bene, inalterato, per molti anni.
Non ha nessuna preferenza per i terreni può sopravvivere in quelli più poveri ed inospitali e, malgrado ciò, riesce a sviluppare enormi tronchi perfino quando affonda le radici nelle spaccature delle rocce. Il carrubo tollera bene il caldo, l'aridità, i terreni sassosi, a bassa fertilità o ad elevato contenuto di calcare e queste qualità fanno sì che il terreno attorno ai secolari carrubi sia di ottima qualità. In questo modo il carrubo contribuisce in modo egregio a trattenere la desertificazione di alcuni territori.
Il legno, di color rosa-porporino, molto venato, duro e pesante, fornisce carbone, legna da ardere ed è sfruttato per l’ebanisteria e negli anni passati per la fabbricazione degli utensili agricoli e dei macchinari in legno soggetti a usura.
Studi recenti hanno messo in evidenza le alte potenzialità di questa pianta. Da ciò deriva l'interesse che recentemente si è risvegliato attorno al carrubo che è stato rivalutato sia in termini economici che in termini di arboricoltura, anche se la coltura di questo arbusto è piuttosto difficoltosa data la lentezza della sua crescita. Oggi, il carrubo, è in serio pericolo a causa delle alterazioni subite dall'equilibrio ecologico e soprattutto prorio a causa della sua lentezza nella crescita; pertanto va protetto e tutelato.