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Un altro pezzo della vecchia, grande Palermo se ne va. La crisi ‘inghiotte’ pure il Grand Hotel et des Palmes, dai primi del ’900 uno dei simboli della città. Il gruppo che oggi lo gestisce –Acqua Marcia Turismo spa – ha avviato le procedure di licenziamento collettivo per 134 dipendenti.
Su altri giornali leggerete le disavventure economiche di questo gruppo. Noi, invece, proveremo a raccontare, andando ovviamente per sintesi, la storia di un Hotel per molti aspetti ‘magico’: luogo di ritrovo di tanti personaggi che hanno segnato, in positivo e in negativo, la storia di oltre cento anni di Palermo e, per certi versi, anche la storia della Sicilia. (a destra, interno dell’Hotel delle Palme, foto tratta da deluxeblog.it)

Questo edificio non nasce come Hotel. Lo realizza Benjamin Ingham, un inglese arrivato a Palermo per organizzare affari. Per intendersi, uno dei tanti imprenditori inglesi, senza molti scrupoli, che considerava la Sicilia una terra da colonizzare economicamente. Quegli inglesi che, non a caso, appoggeranno, insieme con i mafiosi, quella grande sceneggiata passata alla storia come impresa dei Mille.
In realtà, come il nostro giornale ha più volte raccontato, nell’impresa dei Mille non ci fu nulla di glorioso. In mare fecero quasi tutto le navi inglesi. In terra pensarono a tutto i mafiosi corrompendo gli ufficiali borbonici e, là dove trovarono resistenza, combattendo accanto alle camicie rosse di Garibaldi. Senza gli inglesi e senza la mafia siciliana l’Erore dei due mondi si sarebbe attaccato al tram (che ancora in effetti non c’era). Ma non divaghiamo.
Benjamin Ingham era un tipo molto particolare. In Sicilia operava, da grande imprenditore, nell’agro-industria, a cominciare dal vino. Si racconta che quando gli affari cominciarono ad andare a gonfie vele scrisse alla sorella: “Qui le cose vanno bene, manda tuo figlio”. Così arrivò un figlio della sorella. Che di lì a poco si ammalò e mori. Benjamin Ingham non si scompose e scrisse una seconda lettera alla sorella: “Tuo figlio è morto, mandamene un altro”.

Questo, grosso modo, è il personaggio che fece costruire l’edificio che poi diventerà l’Hotel delle Palme. La casa di Bejamin Ingham era collegata con la chiesa anglicana, che si trova a pochi metri. E si distendeva fino al mare con un giardino esotico oggi travolto dal cemento.
Alla fine dell’800 l’edificio viene ceduto a un altro personaggio: il Cavaliere Enrico Ragusa. Ed è proprio quest’ultimo che decide di trasformare l’edificio in un Grand Hotel. Per realizzarlo chiama uno dei più grandi architetti dell’epoca: Ernesto Basile. Sono gli anni dello stileLiberty, della Belle Epoque (per favore, non dite che ci manca l’accento sulla E perché non sappiamo come diavolo si fa a mettercela), deiWhitaker (imparentati con Benjamin Ingham), deiFlorio. Gli anni in cui Palermo era una delle ‘Capitali’ europee senza bisogno della Bce e del Parlamento europeo. Insomma, Leoluca Orlando e Francesco Giambrone sono arrivati con qualche anno di ritardo. (sopra, foto tratta da artliberty.it)

Tanti i personaggi che, in quegli anni, vivevano all’Hotel delle Palme. Tra questi il maestroRichard Wagner, che proprio a Palermo – oltre a divertirsi dirigendo le bande musicali della città che imperversavano nelle strade – completerà il Parsifal.
Un altro personaggio che ha vissuto per un periodo della sua vita – l’ultimo periodo della sua vita, per la precisione – è lo scrittore francese Raymond Roussel. Intellettuale dall’atteggiamento dandistico, raffinato e miliardario (suo padre, agente di cambio, aveva ereditato una fortuna), venne trovato morto il 14 luglio del 1933 in una camera dell’Hotel delle Palme (per la precisione, stanza numero 224). Aveva trangugiato un’overdose di barbiturici.
Le indagini frettolose archiviano la morte dello scrittore come suicidio. Tesi alla quale non credeva lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, che su questa strana morte, avvenuta a Palermo nel giorno del ‘Festino’ di Santa Rosalia, ha scritto un libro: “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”. E’ un racconto-inchiesta, pubblicato nel 1971 dalla casa editrice Sellerio (e tradotto in francese). Sciascia prova a smentire l’ipotesi del suicidio, anche se la vicenda rimane enigmatica.

Tra i grandi frequentatori di questo Hotel ci sono stati Francesco Crispi, un ‘ascaro’ – anzi, tra i ‘Padri fondatori’ dell’ ‘ascarismo’ – un personaggio che la storiografia ufficiale ha dipinto come uno statista, ma che, in effetti, non ha lasciato un bel ricordo né a Roma, né in Sicilia. A Roma ha incasinato il nostro Paese con la sconfitta di Adua. In Sicilia ha fatto di peggio, reprimendo nel sangue i Fasci siciliani dei lavoratori.
Anche Vittorio Emanuele Orlando faceva tappa all’Hotel delle Palme. Del quale, così si racconta, apprezzava molto la cucina.
Nel 1943, subito dopo lo sbarco, il Colonnello Charles Poletti trasformò l’Hotel in uno dei quartieri generali dell’armata americana in Sicilia.

Ma l’Hotel delle Palme finirà su tutte le pagine dei più importanti giornali del mondo alla fine degli anni ’50 del secolo passato per due avvenimenti: il summit della mafia siciliana e americana ‘convocato’ da Lucky Luciano e l’operazione Milazzo.
Nel 1957 Lucky Luciano è il capo riconosciuto della mafia americana e siciliana. E se non è il capo, è comunque in grado di esercitare un grande ascendente sul ‘complicato’ mondo diCosa nostra. Vive a Napoli. E’ stato liberato dagli americani nel 1943 per preparare il terreno, in Sicilia, allo sbarco delle truppe americane. Lavoro che svolgerà ‘egregiamente’.
Gli americani gli sono riconoscenti. Lo rilasciano (era stato arrestato e condannato ani prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale). Ma lo ‘invitano’ a dedicarsi ai suoi ‘affari’ fuori dagli Stati Uniti.

In realtà, Luciano, originario di Lercara Friddi, gli ‘affari’ continua a organizzarli anche oltreoceano. Negli Usa e in Sicilia. E proprio in Sicilia, a Palermo, nei saloni dell’Hotel delle Palme organizza ad ottobre un appuntamento con i grandi nomi della mafia siciliana e americana. Tema: il traffico degli stupefacenti, che Luciano vuole introdurre anche in Sicilia, da integrare per il traffico di sigarette e con la gestione della prostituzione, che un anno dopo, con l’entrata in vigore della legge Merlin sulla chiusura dei Bordelli, diventerà un grande business interamente controllato dalla criminalità organizzata.
Luciano è un uomo di pace. Non gli piacciono le guerre di mafia. Fanno troppo rumore, creano fastidi con lo Stato che, in America come in Italia, convive con i mafiosi, a patto di non ‘sgarrare’ troppo. Quando va in scena il summit di Palermo, don Calogero Vizzini, l’uomo che con Luciano aveva ‘benedetto’ lo sbarco degli americani in Sicilia (nell’operazione c’erano anche massoni siciliani e americani: lo stesso Poletti era un ‘incappucciato’), era morto tre anni prima. Al suo posto, come capo della mafia siciliana, era arrivato Giuseppe Genco Russo da Mussomeli, un tipo che andava per le spicce, che qualche anno dopo sarà sostituito dagli agrigentini, per la precisione dalla potentissima famiglia Ferro di Canicattì.
Per la cronaca, tra i personaggi presenti quel giorno all’Hotel della Palme, seduto nella sala del caminetto, c’è un allora giovane avvocato siciliano di Patti che negli anni successivi farà molto parlare di sé, fiero nemico dei massoni di Palazzo Giustiniani, e quindi della Banca d’Italia:Michele Sindona.  

Il Grand Hotel delle Palme è sempre stato tra le mete predilette dei deputati regionali. E’ in questo luogo che si consuma la fine del Governo Milazzo con il ‘tradimento’ del deputato regionale democristiano, Carmelo Santalco. In Sicilia, nell’autunno del 1958, Silvio Milazzo, un democristiano ribelle, ha dato vita a un Governo regionale che manda all’opposizione la Dc ufficiale. Dietro quella che è passata alla storia come “l’operazione Milazzo”, oltre al presidente dell’Eni, Enrico Mattei (che voleva ‘soffiare’ i permessi di ricerca petrolifera in Sicilia alle ‘Sette Sorelle’, cioè alle multinazionali del petrolio), c’è anche don Luigi Sturzo, determinato più che mai a dare una ‘lezione’ ad Amintore Fanfani, all’epoca segretario nazionale della Dc, capo del Governo con l’interim del ministero degli Esteri. Insomma, a capo di tutto.

Sconfitto Fanfani, don Sturzo chiede a Milazzo di staccare la spina al Governo regionale. Ma è troppo tardi, perché Milazzo, alla fine un uomo ingenuo, si è già messo nelle mani di Emanuele Macaluso, che all’epoca, con la ‘benedizione’ del ‘Migliore’ – al secolo Palmiro Togliatti,segretario del Pci – aveva di fatto sostituito Girolamo Li Causi nella guida del Partito in Sicilia.
Li Causi era contrario già al primo Governo Milazzo. E diventerà contrarissimo al secondo Governo Milazzo, quando si accorgerà che ad appoggiarlo ci sono i suoi nemici di sempre: i mafiosi. Ma per disciplina di Partito non dirà nulla. E nulla dirà un altro giovane dirigente del Pci siciliano, Pio La Torre, che i mafiosi li conosceva già, anche lui stupito dalla ‘strana’ alleanza politica a largo raggio con dentro la mafia. La Torre, peraltro, era fermamente contrario alla svolta ‘industrialista’ che l’allora leader di Sicindustria, Domenico La Cavera – anche lui tra i protagonisti del ‘milazzismo’ – avrebbe voluto imporre alla Sicilia.
Milazzo presiederà tre Governi. Il primo di rottura, anche contro la mafia. Gli altri due con la mafia. E, in particolare, con Nino e Ignazio Salvo, che proprio in quel periodo si impossesseranno della gestione delle esattorie siciliane.

L’operazione Milazzo si concluderà nei saloni dell’Hotel delle Palme. Con i deputati milazziani che ‘comprano’ – o meglio pensano di aver comprato – un deputato democristiano. Si tratta del già nominato Carmelo Santalco. Che, l’indomani mattina, a Sala d’Ercole, spiffererà tutto gettando nella vergogna Milazzo’ e i ‘moralisti’ e ‘antimafiosi’ del Pci (quanti legami, ragazzi, con il presente…).
Sul ‘milazzismo’ il giudizio di Sciascia sarà pesantissimo. Lo scrittore di Racalmuto individua nell’ ‘Operazione Milazzo’ una sorta di mutazione ‘genetica’ del Pci siciliano. Intuizione giusta: senza la conoscenza del ‘milazzismo’ e dei suoi effetti perversi, non si possono comprendere tante cose degli anni successivi: il ‘consociativismo’ di Achille Occhetto, segretario del Pci siciliano nella prima metà degli anni ’70 e, perché no?, anche i quattro anni del PD con il Governo di Raffaele Lombardo e l’alleanza non con l’attuale presidente, Rosario Crocetta,ma con le figure inquietanti che si muovono dietro questo personaggio.

Tra cronaca e storia impossibile non ricordare gli anni in cui l’Hotel delle Palme finisce nell’orbita del Banco di Sicilia, allora dominato dall’imponente figura del professore Giuseppe Mirabella, economista e docente universitario. E naturalmente tra gli amministratori del Banco. L’Hotel delle Palme finisce dentro una società controllata dal  Banco di Sicilia: la Sgas, Società grandi alberghi siciliani. E ci finisce insieme con l’Hotel Villa Igiea, l’Excelsior di Catania e il San Domenico di Taormina.
Tutt’e quattro questi Hotel vengono dati in gestione all’Ata Hotel di Salvatore Ligresti, il finanziere di Paternò ‘milanesizzato’ oggi caduto in disgrazia.
La gestione di Ligresti sarà lunga. Non esaltante, ma dignitosa. Quando i massoni della Banca d’Italia – forse la peggiore istituzione della storia dell’Italia repubblicana, di certo la più antimeridionale e la più ipocrita – decidono che per salvare i ‘buchi’ delle banche del Centro Nord Italia servono i patrimoni di Banco di Sicilia e Sicilcassa, il destino dei quattro ‘gioielli’ del Banco (nel frattempo diventati cinque con l’apertura dell’Excelsior di Palermo) sembra segnato.
Verranno acquistati a prezzi stracciati da un gruppo con un mutuo contratto con lo stesso Banco di Sicilia. Un’operazione incredibile sulla quale la Giustizia italiana metterà una pietra tombale (mannaggia: se li avesse acquistati Berlusconi a quest’ora sapremmo tutto, gossip compreso…).

Oggi arriva la chiusura. Dopo anni grigi. Non c’è proprio da stupirsi. Anzi assai durò…

Giulio Ambrosetti da: http://www.linksicilia.it

Foto da: http://www.grandhotel-et-des-palmes.com/it/

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