In buona sostanza, l'articolo spiega come lo Stato 'deruba' la Sicilia ogni anno di miliardi e miliardi di euro calpestando le prerogative dello Statuto speciale dell'isola, riconosciuto dalla Costituzione. Protagonisti – magari comprimari – dello 'scippo' l'assessore regionale all'Economia Alessandro Baccei e il presidente Rosario Crocetta (rispettivamente a destra e a sinistra nella foto). Di seguito vi proponiamo per intero l'articolo del sito inuovivespri.it.

 

La proposta della Regione relativa ai rapporti con lo Stato, ‘apprezzata’ dalla Giunta regionale con delibera n. 286 del 20 novembre 2015, il cui contenuto purtroppo non ci  consente di ‘apprezzarne’ profili di tutela degli interessi della Regione, rivela il suo vero significato nell’emendamento cosiddetto ‘salva Sicilia’ alla legge di stabilità 2016.

Infatti il dichiarato fine di chi ha dato vita alla norma è quello di condurre l’Autonomia speciale della Regione siciliana ai sistemi finanziari disposti per le altre Regioni a Statuto speciale, formulando, a tal fine, il programma di “addivenire, tra l’altro, a un chiarimento sulla compartecipazione regionale e sulla revisione delle percentuali di compartecipazioni al gettito tributario, alla ridefinizione delle competenze secondo il principio di leale collaborazione istituzionale…”.

La programmata uniformità delle autonomie speciali, unitamente alla verifica dell’adempimento da parte regionale degli impegni, già assunti, di contenimento delle spese nell’anno 2015 e agli ulteriori medesimi impegni da assumere per l’anno 2016, sembrano costituire condizioni per assegnare alla Regione siciliana 900 milioni di Euro per l’anno 2016.

L’ambizioso e apparente munifico obiettivo programmato dall’estensore della norma dovrà essere perseguito nelle more che si proceda all’adeguamento delle norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana alle modifiche intervenute nella legislazione tributaria (adeguamento previsto per la verità dalla legge 825 del 1971  e mai avvenuto). Ma una accurata riflessione sul valore contenutistico della norma, definita “salva Sicilia” evidenzia un percorso involutivo dell’Autonomia regionale, a fronte di percorsi di avanzamento avviati e conseguiti dalle altre Regioni a Statuto speciale, che, al contrario, non hanno disdegnato di attingere in alcuni casi a previsioni contenute nelle norme statutarie della Regione Sicilia.

In primo luogo incomprensibile risulta l’esigenza di procedere a “chiarimenti sulla compartecipazione regionale” nonché sulla revisione della percentuale di compartecipazione al gettito tributario…”. Un tale intendimento manifesta colpevole inconsapevolezza, se non dolosa omissione, del sistema finanziario delineato dagli art. 36 e ss. dello Statuto regionale, ponendosi in aperto contrasto con lo stesso.

Infatti l’art. 36 prevede una generale attribuzione di entrate della Regione nelle loro intera consistenza, con espressa esclusione di alcuni tributi riservati allo Stato (imposta di fabbricazione, monopoli tabacchi e lotto), mentre non fa cenno alcuno ad ipotesi di entrate compartecipate, ovvero condivise, con lo Stato, e neppure di “percentuali di compartecipazioni al gettito tributario” come invece risulta previsto negli Statuti delle altre autonomie speciali.

La diversità non è di poco conto, giacché la Regione siciliana, proprio in virtù della attribuzione statutariamente disposta, risulta titolare dei tributi espressione della capacità fiscale del territorio.

Alla stessa titolarità consegue la possibilità di acquisire direttamente, al proprio Bilancio, le entrate pagate dai contribuenti siciliani, escludendo qualsivoglia passaggio intermedio dal Bilancio dello Stato e, quindi, la devoluzione successiva, con conseguenti inevitabili effetti sulla immediata disponibilità finanziaria.

Ma ancor più grande rilievo assumono le competenze che derivano dal sistema finanziario delineato dallo Statuto regionale, che configura una Regione titolare della potestà connesse ai tributi, quali la riscossione, già trasferita alla Regione, ma anche l’accertamento, rispetto ad un sistema (delle altre Regioni) di devoluzione da parte dello Stato del solo gettito delle entrate tributarie, e per di più compartecipato nelle percentuali, di volta in volta previste, e consapevolmente manovrate, anche sui tempi dell’erogazione, dallo Stato che detiene la disponibilità finanziaria.

Certamente non può non prendersi atto che, storicamente, il significato dell’Autonomia finanziaria riconosciuta alla Regione dall’art. 36 dello Statuto, basato sul principio della ripartizione dei tributi per il quale spettano alla Regione tutte le entrate tributarie erariali, ad eccezione di quelle espressamente riservate alla Stato, per il finanziamento indifferenziato di tutte le funzioni, è stato ampiamente denegato e disatteso. Agli addetti ai lavori sono ampiamente noti gli atteggiamenti ostruzionistici dell’Amministrazione finanziaria statale che ha sempre ricondotto la questione dei rapporti Stato-Regione ai soli effetti finanziari nel Bilancio dello Stato, limitando le potestà regionali e sottraendo in tal modo alla Regione entrate per oltre 8 miliardi di Euro annui nel breve periodo.

(Il tutto, aggiungo io, senza che i governi regionali avessero nel tempo fatto valere i diritti della Regione!)

Sono in grado di elencare tutte le entrate che alla Regione dovrebbero essere trasferite per correttamente parlare di attuazione dello Statuto:

– le ritenute operate dalle Amministrazioni statali ed Enti previdenziali,

– le ritenute sui depositi bancari e postali,

– l’IVA frutto di operazioni imponibili in Sicilia ecc.

Si tratta di entrate il cui  ammontare complessivo risulta di molto superiore a quello contenuto nella proposta regionale “apprezzata” dalla Giunta Crocetta.

Non è difficile con questi elementi presentare allo Stato una proposta organica, assai diversa dalla proposta parziale e insipiente che la Regione oggi ha avanzato allo Stato e che ha dato luogo ad una norma insidiosa, norma che, simulando di voler salvare la Sicilia, la avvince in una situazione irreversibile di esclusione di quella Autonomia originariamente disegnata per la Regione da uno Statuto che, seppur indicato da più parti, ingiustificatamente, come la fonte di tutti i guai della collettività siciliana, se attuato nella sua interpretazione evolutiva si presenta invece come strumento prezioso di risanamento delle condizioni finanziarie ed economiche dell’Isola.