La SECOLARE ACCADEMIA DEL PARNASO CANICATTINESE, formata in gran parte da buontemponi, oso' prendere in giro l'Università spagnola di Salamanca e addirittura, nel 1929, la neonata Accademia d'Italia presieduta dal professor Tommaso Tittoni (figura di primo piano nel periodo fascista in cui ricoprì le cariche di ambasciatore a Parigi, presidente del Senato e ministro degli Affari Esteri), salutata con un telegramma come "giovane consorella". Tittoni rispose ringraziando: "Accademia d'Italia saluta illustre e antica consorella di Canicattì". 
 
Un documento dell'Accademia del Parnaso

Un documento dell'Accademia del Parnaso

 
I parnasiani si dotarono di un esilarante statuto, di timbri e carta intestata, di diplomi di varie fogge, di viaggiatori piazzisti che andavano in giro per l'Italia a distribuire attestati ed onorificenze. 
 
Nella creazione di questo "status symbol" non poteva mancare la scelta di una sede adeguata. Anzi di sedi ne furono scelte due: la prima, pomposamente denominata "sede urbana con acqua corrente" era ubicata, com'è naturale, nel cosiddetto largo della Fontanella, anche se nelle cerimonie ufficiali ci si trasferiva al pianoterra del glorioso Castello dei Bonanno, in un magazzino ove erano custodite le carrozze di varie classi utilizzate per i funerali. 
 
La seconda sede, "rurale con annesso orto", fu messa a disposizione dall'arcade Stefano Saetta (il padre del giudice Antonino) nel suo podere di contrada Coda di Volpe. 
 
Nel 1961 uno dei principali componenti del sodalizio, il barone Agostino La Lomia, conosciuto negli ambienti letterari e mondani della penisola con lo pseudonimo di Fausto di Renda, penso' bene di istituire anche una sede estiva, ove poter radunare periodicamente a congresso i dotti di tutto il pianeta componenti della prestigiosa Accademia. 
 
Il prezzo di ventimila lire, a seguito di autorizzazione del Compartimento Marittimo di Messina e con pubblico atto depositato presso l'Ufficio del Registro di Canicattì, acquisto' uno splendido isolotto posto nel mare di Taormina, tra il seno di Mazzaro' e quello di Isola Bella, denominato Isola di Capo La Croce, per la presenza di un'antica croce in legno che il barone sostituì subito con una delle stesse dimensioni ma in ferro. 
 
L'isola di Capo La Croce nel mare di Taormina.

L'isola di Capo La Croce nel mare di Taormina.

 
La notizia dell'acquisto della nuova sede del Parnaso ebbe vasta risonanza dentro e fuori l'Italia dopo che, sul "Corriere di Sicilia" di Catania apparve, il 14 marzo del 1961, un articolo a firma di Antonio Insalaco dal titolo "A rumore il mondo parnasiano – Il barone La Lomia ha comprato l'isola di Capo La Croce a Taormina – Intende farne sede del congresso degli "arcadi" della Secolare Accademia ".
 
La scelta di Taormina derivava da una tradizione non assodata che collegava lo sviluppo di Canicattì ad un trasferimento nell'allora piccolo borgo – intorno alla fine del Quattrocento – di circa trecento taorminesi. Per questo come patrono di Canicattì fu scelto San Pancrazio consacrato da San Pietro come primo vescovo di Taormina. Sia nel Duomo di Canicattì come in quello di Taormina insieme a San Pancrazio è venerato San Pietro e dai taorminesi furono introdotte a Canicattì numerose loro tradizioni come quella di bruciare, nella notte di Natale, proprio in onore di San Pietro, un tronco d'albero sul sagrato della Chiesa Madre.
 
Ben presto Agostino La Lomia, profittando dell'assenza dei Borbone e dei Savoia, istituì nell'isolotto di Capo La Croce il Nuovo Regno di Sicilia e se ne proclamò Sovrano. La Costituzione del Nuovo Regno introdusse la presenza di un Parlamento ove sedevano, in rappresentanza del "braccio feudale", 56 baroni "oggi sfasolati ma dai nomi ancora altisonanti". Presenti anche i rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia e, in rappresentanza del "braccio ecclesiastico", il cardinale arcivescovo di Palermo e tutti gli abati e vescovi dell'isola. L'arcivescovo di Palermo – a sua insaputa – fu nominato viceré. 
 
Del Governo facevano parte – di diritto – i ministri dei vari esecutivi italiani non appena decaduti dalla carica: ne fecero parte, tra gli altri, Vittorio Cini alle Finanze e Dino Grandi agli Affari Esteri; il socialdemocratico Luigi Preti, per la sua molteplice esperienza in vari governi italiani, si occupava di numerose problematiche.
 
Il barone, divenuto Re per grazia di Dio e per ineffabile, aulica autoproclamazione, si dichiarò tuttavia pronto – nella sua augusta magnanima liberalità – a cedere lo scettro non appena si fosse presentato un legittimo pretendente.
 
Chiunque poteva divenire suddito del nuovo Regno: era sufficiente versare mille lire annue sul conto corrente postale N. 16/3967 intestato al Regno medesimo. L'unico documento richiesto era l'auto certificazione del proprio segno zodiacale. Ben presto i sudditi superarono le seicento unità.
 
Intanto il Re-Barone Agostino trasferiva a Capo La Croce tutto il suo staff: la governante analfabeta Francesca Gennuso, il famulo Carmelo Maira, il maggiordomo Alberto Testasecca, il falegname e becchino di famiglia Luigi Pastorini, il pittore di corte Rito Artuno, figlio di un allievo di Gemito, ritrattista della nobiltà palermitana, e l'inseparabile cocchiere Pignatuni, al secolo Francesco Cappadona.
 
Agostino La Lomia ospito' nel nuovo Regno le 105 Amazzoni della mitologia classica dividendole in tre gruppi: le "iuniores" dai quattordici ai ventuno anni; le "seniores" dai ventuno ai ventotto anni e le "riserviste" dai ventotto ai settanta.
 
Alle Amazzoni, che si mutilavano, secondo il mito, della mammella destra per tendere meglio l'arco durante il combattimento, fu assegnato un nuovo seno ma, in omaggio alla morale corrente, realizzato in argento e, a tale scopo, fu contattato un orefice di Parigi. 
Diceva il Re-Barone al giornalista Francobaldo Chiocci: "Le Amazzoni avevano un seno in meno. Il mio Regno non toglie, da'… E perciò avranno un seno su misura, a seconda del tipo. Ci sono sette tipi di seno, dal caprino all'apollineo. Le Amazzoni saranno discretamente interpellate, anche sulle loro circonferenze…". Loro comandante fu nominato, per ovvi motivi di sicurezza, il capitano Perricone, settantenne.
 
La notizia della istituzione del nuovo Regno corse per tutta la Sicilia e fu accolta con grande soddisfazione a Canicattì; se ne fece interprete una delle voci più genuine e sensibili del Parnaso, il poeta-sarto Peppi Paci che si autopropose a Commendatore dell'Ordine Mediterraneo di Capo La Croce. All'avvenimento il grande poeta dialettale canicattinese dedico' un suo componimento poetico.
 
Nell'agosto del 1969 nell'isola di Capo La Croce furono trasportati da Pignatuni i resti mortali di Sua Eccellenza Paolo Annarino e Gatto, ucciso da un'auto sportiva il cinque dello stesso mese. Paolo Annarino, un bel gatto soriano, era il compagno di vita del parroco di San Domenico e amico del barone Agostino, padre Paolo Meli. Quando questi mori', il 26 gennaio 1967, il gatto, che prima non era mai entrato a casa del barone, fu accolto nel palazzo e amorevolmente adottato. Alla morte, Sua Eccellenza Paolo Annarino e Gatto poté raggiungere a Taormina i suoi felini antenati trovando e godendo con essi serena eternità. 
 
PIGNATUNI accompagna all'eterna dimora in Taormina Sua Eccellenza Paolo Annarino

PIGNATUNI accompagna all'eterna dimora in Taormina Sua Eccellenza Paolo Annarino

 
GAETANO AUGELLO.
 
10 novembre 2006 - Gaetano Augello presenta la sua biografia del barone Agostino.

10 novembre 2006 – Gaetano Augello presenta la sua biografia del barone Agostino.