01Il castello di Donnafugata si trova a circa 15 chilometri da Ragusa. Al contrario di quanto suggerirebbe il suo nome, non è un castello, ma un vero e proprio palazzo nobiliare costruito nell’Ottocento.

La dimora, che copre un'area di circa 2.500 m2, era posta a capo dei possedimenti della ricca famiglia Arezzo De Spuches, ma la sua prima costruzione sembra dovere la sua origine alla famiglia dei Chiaramonte, Conti di Modica nel XIV secolo. Nel secolo successivo, sembra ospitasse la residenza del gran Giustiziere di Sicilia, Bernardo Cabrera. A Cabrera sembrerebbe anche essere legato il toponimo della dimora nobiliare. ‘Donnafugata’ fa infatti riferimento all’episodio della fuga della regina Bianca di Navarra, vedova del re Martino I d'Aragona, e reggente del Regno di Sicilia. La regina fu infatti imprigionata presso il castello, proprio dal conte Bernardo Cabrera, che aspirava alla sua mano nonché al trono. Dal momento che il palazzo, come lo conosciamo oggi, è stato costruito nella seconda metà dell’Ottocento, la leggenda non sembrerebbe favorirne le origini; la dimora sembrerebbe infatti aver preso il suo nome, più probabilmente, dalla trascrizione del termine arabo ʻAyn al-Ṣiḥḥat’, Fonte della Salute, che in siciliano si trasforma in ‘Ronnafuata’.

Nel 1648, la costruzione di Donnafugata fu acquistata da Vincenzo Arezzo-La Rocca, già barone di Serri, che ne fece sua dimora di campagna. Il grosso dell’edificio è però opera del discendente, il barone Corrado Arezzo. Dopo anni di incuria e abbandono, il castello è poggi affidato, dal 1982, alle cure della Provincia di Ragusa che, dopo lunghi lavori di restauro lo ha reso nuovamente disponibile al pubblico.
Una curiosità: il castello è stato utilizzato come set cinematografico per il film “I Viceré” di Roberto Faenza (2007), tratto dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto, del 1894, e di alcune scene della famosa fiction basata sulle vicende del Commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Al contrario di quello che si poterebbe pensare, qui non venne girato “Il Gattopardo”, film di Luchino Visconti del 1963; il castello della pellicola (e del libro di Tomasi di Lampedusa), è infatti rappresentato dalla Chiesa Madre di Ciminna, dalla piazzetta antistante, e dal Palazzo Chigi di Ariccia.

L’ampio parco di 8 ettari, circonda e accoglie i visitatori, prima ancora del monumentale ingresso, in stile neogotico, incastonato in due torri ottocentesche con merlature. Il castello presenta oltre 120 stanze disposte su tre piani, alcune delle quali (20) sono ancora oggi visitabili, complete degli arredi e dei mobili dell'epoca. Ogni stanza era stata arredata con un gusto e uno stile differenti, anche perché ad ognuna era affidata una funzione differente; di particolare pregio e rilievo sono: la ‘Stanza della Musica’, con dipinti in trompe-l'oeil, la grande ‘Sala degli Stemmi’, che ospita i blasoni di tutte le famiglie nobiliari siciliane, e due antiche armature, il ‘Salone degli Specchi’, decorato a stucchi, e la ‘Pinacoteca’, con quadri neoclassici della scuola di Luca Giordano. Da non perdere è anche la sala esclusivamente riservata a un membro della famiglia Arezzo investito dell’alta Prelatura, nominata appunto ‘Appartamento del Vescovo’, e arredato con splendidi mobili Boulle.

All’interno del grande parco, che all’epoca contava ben 1.500 specie vegetali, vi erano anche delle strutture volte all’intrattenimento degli ospiti, come la Coffee House, un tempietto circolare, alcune grotte artificiali con finte formazioni stalattitiche, e il labirinto in pietra, costruito nella tipica muratura a secco ragusana, sulla pianta trapezoidale del labirinto inglese di Hampton Court, vicino Londra. Lungo i muri del tracciato, ecco sorgere siepi di rose rampicanti, che non solo decoravano la struttura, ma fornivano anche un ottimo riparo alla vista.
Nel castello erano infatti presenti anche degli ‘scherzi’; celebre è il sedile presso le cui vicinanze era stato posto un irrigatore, che si azionava nel momento in cui un ospite prendeva posto sul sedile. Un altro scherzo, è quello rappresentato dalla figura di un monaco di stoffa, posizionato presso il portale della cappella posta in fondo al parco, che doveva suscitare spavento nei convitati del barone; o le tombe vuote, il cui scopo era di spaventare le donzelle facilmente impressionabili.

Data la sua importanza turistica, i treni ragionali fermano tutt’oggi presso la stazione del castello di Donnafugata, a meno di 500 metri dalla struttura stessa; si dice che a realizzarla fu il barone Corrado Arezzo de Spuches stesso, che, grazie ai suoi agganci politici e sociali, fece modificare il tragitto della ferrovia prospicente, nel tratto Ragusa – Comiso.

Autore | Enrica Bartalotta