Angela Marino ci porta alla scoperta delle tradizioni siciliane. Scopriamo insieme l’importanza della Cumparanza.

Oggi, ispirandoci anche ai paesi di lingua inglese, sempre più spesso ci si dà del tu… ma una manciata di anni fa… neanche tantissimi, questo sarebbe stato inconcepibile.
Io ho sempre dato del tu a tutti i miei parenti, ma già mio marito, che ha qualche anno in più di me, dava del lei ai suoi genitori, ai nonni, agli zii ed ai cugini più anziani…anzi, non del lei ma del “vossia”( forma siciliana proveniente probabilmente dalla contrazione di vossignoria) infatti il “lei” era riservato alle persone degne di stima, ma estranee: si dava del “lei”al farmacista, al notaio, all’insegnante, ma non al padrino, o al nonno, o allo zio…a quelli si dava del “vossia” in segno non solo di rispetto, ma anche di affetto.

Il tu era riservato davvero a poca gente: ai fratelli e sorelle, ai compagni di classe, ma fino ad una certa età, perché poi non era raro sentire qualcuno chiamare “cavalè”(cavaliere) o “signorino” un compagno di università o di liceo.

Neanche  tra marito e moglie veniva usato il “tu”:   in prima persona i coniugi si davano del “vu”(voi), parlando in terza persona ricorrevano spesso a locuzioni come” la mamà” o ” lu papà”. Ricordo una vecchia zia di mio marito che parlando del consorte diceva “iddru” (lui) senza mai pronunziarne il nome…

In effetti, specialmente nei piccoli centri di estrazione soprattutto feudale , la popolazione era suddivisa a strati e sottoposta a rigide regole: in alto stavano i nobili. Il capostipite e la moglie venivano chiamati col loro titolo nobiliare, ad esempio: “baruni” e “barunissa”, a loro si dava del “voscenza” (vostra eccellenza),li si salutava “voscenza benedica “o con la forma abbreviata “scenza benedica”, si rispondeva “scenza-si” o “scienza-no”, e così via  , il primogenito di un barone  era  ” lu baruneddru” gli altri  figli, a prescindere dall’età, venivano chiamati: “cavaleri” o “signurini” o “signurineddri”.

Le persone  abbastanza notabili, ma non appartenenti alla fascia dei nobili, erano chiamate “don” o “si-don”(signor don), le loro signore “donna” o “si-donna”. Questa fascia comprendeva i diretti collaboratori del nobile, i suoi parenti più o meno decaduti, ma anche altre persone degne di stima quali professionisti, artigiani affermati, commercianti abbastanza ricchi, proprietari terrieri, etc.

A questi si dava del “vossia” (probabilmente da vossignoria) o del “lei” e si salutavano “vossa-benedica”o “sabbinirica”.
Poi c’erano gli strati più umili e più numerosi: i lavoratori sottoposti. Contadini, braccianti, operai, artigiani, piccoli commercianti, etc . per essi venivano usati gli appellativi: “su” e “gnura”, per gli artigiani anche “mastru o masciu”(maestro)  . Spesso, a livello affettuoso, i più giovani chiamavano le persone di questa fascia sociale : “ziu” ,”zia” o “zizì”  anche se tra loro non c’era alcuna parentela. Infatti, nell’accezione generale, “un ziu o ‘na zia” significava : un tale, una tale.
In questa fascia era di regola il “vu” (voi) o, raramente, un “tu” accondiscendente da parte dei più anziani o un “vossia” rispettoso da parte dei giovani.
Le varie categorie erano decisamente chiuse e gli unici rapporti tra i loro componenti erano  di lavoro.

Sola possibilità di commistione sociale tra le varie  caste era “la cumparanza”.

La Cumparanza

Nelle fasce più umili, era diffusa  l’abitudine di fare battezzare o cresimare i bambini dai datori di lavoro, dagli insegnanti  o comunque da persone appartenenti ad una fascia sociale più elevata. Così i genitori  si sarebbero chiamati “cummà e cumpà” (comare e compare) dandosi reciprocamente del “vu”, mentre i bambini, frequentando la  “parrina” e il “ parrinu” (madrina, padrino), che spesso chiamavano affettuosamente “parrinè”, sarebbero cresciuti vicini ad un ambiente più prestigioso. Ma oltre a queste “cumparanzi”  che possiamo definire ufficiali, ce n’erano altre derivanti da antiche   tradizioni, che possono essere considerate una via di mezzo tra un gioco ed un rito tribale.

Una di queste ”cummaranzi” era molto praticata soprattutto tra ragazzine cresciute insieme, tipo compagnette di scuola o di giochi,  che volevano restare “unite per sempre” a dispetto delle differenze sociali. Si trattava di uno strano rito : le due amiche  intrecciavano il dito mignolo delle  loro mani sinistre e recitavano una specie di cantilena:

“Cummari e cummareddra
Semu junti a la funtaneddra,
Soccu avemu nni spartemu
A la morti nni chiangemu…”

(Comare e comarella, siamo giunti alla fontanella, ci divideremo sempre quello che abbiamo, e ci piangeremo quando saremmo morte…) Da quel momento le due ragazze sarebbero state “cummari” per sempre. Un’altra tradizione era “la tagliata di la cruna” in seguito alla quale un adulto ed un bambino, diventavano “parrinu e figliozzu”(padrino e figlioccio) …
Non ricordo come  si svolgesse questo rito , nè sono riuscita a trovare notizie in proposito, ma sta di fatto  che , con questi ingenui stratagemmi, tante persone riuscivano a mantenere ottimi rapporti tra loro per tutta la vita a dispetto delle loro appartenenze sociali.