01010101Le case che esistevano cento e più anni fa, ci sono ancora e costituiscono i centri storici di città e paesi contrapponendosi ai palazzoni periferici di costruzione più recente.
I centri storici ci raccontano la vita del passato e ci mostrano , per esempio, che, per quanto riguarda la casa di abitazione, c’è da distinguere tra città e piccoli centri, quartieri,  ceto sociale e reddito dei proprietari.
Nelle strade principali delle città, le case erano tutte alte almeno uno o due piani  e ben rifinite in modo da fare da decoro alle arterie cittadine  più rappresentative. 
Il più delle volte , specie nelle città più piccole, si trattava di case unifamiliari o di appartamenti derivanti dalla divisione di una grande casa paterna che si sviluppavano nel senso dell’altezza collegati da strette scale in marmo bianco.
 I pianterreni venivano utilizzati come negozi ed ufficiIl.
Nelle stradine secondarie, invece, venivano abitati anche   i pianterreni (dammusa o catoi).
 
Nei piccoli centri, troneggiavano due o tre “palazzi” appartenenti al “signore” del luogo ed ai suoi eredi (“Signurini”) affiancati da case unifamiliari spesso di piccola superficie ma che si estendevano                              su più piani. I piani superiori ( li stanzi) servivano da civile abitazione ai proprietari, che utilizzavano parte dei pianterreni come stalle , “magasè ( magazzino dove conservare i prodotti agricoli), cantina , “paglialora,” etc.,e affittavano gli altri “dammusi” come “putii” o come .
case di civile abitazione dove i più poveri stipavano le loro numerose famiglie insieme all’asino e alle galline.
Ovviamente , anche l’arredamento variava da casa a casa: nei “dammusi” ,male illuminati, con le pareti fumose e i pavimenti in mattoni di creta grezza bastava un “cufularu” (focolare,cucina), un ”tavulinu”, sotto cui veniva spesso montata con una vecchia coperta ed un pezzo di corda, la “naca”(la culla)per i più piccini, poi c’era “lu lettu ranni”(il lettone) costituito da  due “trispa” di ferro, su cui poggiavano “ li tavuli “ (assi di legno ) che reggevano  due “matarazza di crinu“ (crine vegetale), su cui dormiva tutta la famiglia quale che fosse il numero dei componenti.
 Qualcuno possedeva anche una o più  “casci” o “baulli”(casse o bauli) dove conservare di tutto, poi c’erano “li seggi”( le sedie) quadrate, pesanti con il fondo “di paglia”, poche , perchè  generalmente ci si sedeva sui gradini della porta d’ingresso.
 La sera ,quando tornava dai campi il padrone di casa, anche “lu sceccu” (l’asino)veniva a condividere il dammuso ,e ,prima di chiudere la porta per andare dormire, veniva portata dentro anche la “gaggia” (stia) con i polli che durante il giorno era sistemata accanto alla porta, sulla strada.
Molto diversa la situazione negli appartamenti ai piani superiori, illuminati da “purteddra”(finestre) e “finistruna” (balconi), piastrellate con mattoni in ceramica o cemento, con pareti spesso tappezzate da carta da parati. Qui i mobili erano tanti e ben fatti: nell’”entrata” (ingresso ) troneggiava una “bastoniera” ( attaccapanni corredato da specchio e vano per gli ombrelli e per i bastoni) accanto alla quale non mancava mai la “sputacchiera” in smalto bianco, e, se l’ambiente era spazioso,c’era posto anche per un divanetto, una poltrona o un “casciabancu” (cassapanca).
Da qui si passava al soggiorno che conteneva un tavolino, delle sedie dal sedile rotondo in “zabbarinu”(materiale piuttosto raffinato) o a sedile rettangolare in corda (meno raffinate) , un vecchio divano e/o delle poltrone( “siggiuna”), un “ cantaranu”(cassettone), la macchina da cucire e tutto ciò che poteva servire per la vita quotidiana della famiglia. Nella sala da pranzo non poteva mancare un grande tavolo , generalmente allungabile, un”portaserviziu”(credenza) e uno”sparecchiatavola” (buffet) , oltre , naturalmente ad un certo numero di sedie imbottite. 
La camera da letto era arredata con una lettiera  in ottone o in ferro smaltato che reggeva morbidi materassi di lana su cui venivano utilizzate le lenzuola e le coperte ricamate del corredo, un armadio generalmente munito di un gande specchio, un comò(cassettone) ed una “toletta”. Ai lati del letto non potevano ovviamente mancare due “culunnetti” (comodini) e due poltrone. In camera spesso trovava posto un “lavamani”, mobile su cui si sistemavano “ lu vacili e lu bucalunI”(bacinella e boccale) in ceramica o porcellana decorata, mentre , nel vano inferiore dei comodini ,trovavano posto i vasi da notte , indispensabili perchè, nei piccoli centri non esistevano i servizi igienici in quanto mancavano le fognature e l’acqua corrente.
Le famiglie più benestanti , quelle che avevano l’abitudine di ricevere, arredavano anche un salotto buono con divano, poltrone, tavolinetti, pianoforte, “mobilucciu”( una via di mezzo tra un cassettone e una credenza) soprammobili preziosi o delicati, e, soprattutto nel primo dopoguerra, la radio-bar. In genere il salotto buono stava chiuso ermeticamente ed era vietato soprattutto ai bambini. 
La cucina era in muratura rivestita da piastrelle di ceramica bianca e conteneva anche una grande “giarra” per l’acqua potabile e dei “cati”(secchi) per quella sporca da buttare.
Molte famiglie,  sebbene in discrete condizioni finanziarie, passavano la loro vita in un “dammusu” anche se possedevano delle stanze nei piani superiori perfettamente arredate che riservavano solo per le grandi occasioni (nascite, “zzitaggi”=fidanzamenti ufficiali, matrimoni, funerali).
I nobili, infine vivevano nei loro palazzi sontuosi, con grandi atri dove trovavano posto le carrozze, scaloni di marmo, grandi sale con pavimenti di piastrelle smaltate, e soffitti  artisticamente decorati.
Con l’arrivo della luce elettrica, i “cannilera” (candelabri, nelle case nobili), i lumi a petrolio, “li micciusi”(lampade ad olio) e le candele, cedettero il posto a sontuosi lampadari di murano o a “piatta” in smalto bianco profilato generalmente di blu, o ad una semplice lampadina che pendeva dal soffitto grazie ad un “filu di la luci” rivestito generalmente da carta velina bianca o colorata, ma comunque sempre sporcata dalle mosche che vi passeggiavano numerose attratte dalla luce.