Per raccontarvi la storia siciliana della Tavula di San Giuseppe partiamo dalla zona costiera della Sicilia Meridionale, i cui porti pescherecci sono tre: Gela, Licata e Porto Empedocle. Sulle tre cittadine, Licata aveva il primato tra i pescivendoli, detti piscaturi, che usavano le mule sia per trasportare le fascine di legna che per portare il pesce al mercato.

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Il pesce, però, arrivava al pomeriggio in città e non era distribuito nell’ora più calda del giorno, ma venduto la mattina seguente al grido di “Pisci di mari cà e vivu, ora vinniru li pisci, ora!”. La gente era solita chiamare il pescivendolo cumpari Angilineddu, da Sant’Angelo, patrono di Licata.

La vendita del pesce era difficoltosa: c’era molta ressa e tanti cercavano anche di rubare. Così il pescivendolo, spazientito, gridava in dialetto:

“Allarmi, allarmi
La campana sona,
Li turchi sunnu junti a la marina,
Cu avi scarpi rutti si li sana
Ca io mi li cunzavu ‘sta matina”.

Così il pescivendolo ricordava le due invasioni turche di Licata. I malintenzionati che volevano rubare il pesce, dunque, erano nell’immaginario del pescivendolo dei turchi barbari. Non mancavano in città, comunque, anche i galantuomini, quelli che benché decaduti, mantenevano una fierezza di grande lignaggio. Queste persone venivano ancora chiamate con l’appellativo di “don”, preposto al nome.

Quasi sempre questi galantuomini vivevano in campagna per controllare i possedimenti. I contadini diffidavano di loro e rivolgevano loro la frase “Fora li cappedda“, cioè “Abbasso i cappelli”. I don portavano sempre un cappello a larghe falde, mentre i contadini indossavano un berretto.

Con il tempo si era anche creata una classe di borghesi, che gestivano le fattorie con guadagni legati alle buone o cattive condizioni del tempo. La loro aspirazioni era di avvicinarsi allo status dei don, ma davanti al loro nome compariva un plebeo “su”.

Per questa gente la festa di San Giuseppe ha sempre avuto una fondamentale importanza. Il 19 marzo si celebrava la Tavula di San Giuseppi: tutti i poveri della costa venivano invitati a pranzo. La tradizione continua a vivere ancora in diverse parti della Sicilia.

Accadeva anche che, in onore alla Madonna di Belverde (Enna), si invitassero non  i poveri, bensì tredici vergini: in quel caso non si parla più di tavula. La tradizione di invitare le vergini è legata al culto pagano della dea Cerere, venerata su una rupe di Enna. Cerere si placava, anticamente, solo con il sacrificio di vergini, restituendo in cambio, la capacità dei capi di produrre cereali in quantità.