La storia delle anime dei Decollati fa parte della devozione palermitana e intreccia fede e credenze. La chiesa Maria Santissima del Carmelo ai Decollati, un tempo dedicata alla Madonna del Fiume, era stata eretta nel 1785 dalla Congregazione del Sabato su un terreno dove esisteva già un’antica cappelletta di campagna. Rifatta e abbellita tra il 1857 e il 1865, era lontana dal centro storico e immersa nel verde.

Di fronte c’era una botola che immetteva nel carnaio, dove venivano gettati i corpi dei giustiziati, senza le teste, che invece erano esposte in una piccola piramide, con finestrelle, in muratura. Il ponte che fu costruito nel 1838, dopo che era stato deviato il corso del fiume Oreto, verso la foce e non molto lontano dal ponte dell’Ammiraglio, fu detto comunemente “delle Teste”, per la presenza della suddetta piramide.

La chiesa prese il nome delle “Anime dei corpi decollati” dall’8 luglio 1799. In quella data, infatti, i giustiziati furono seppelliti nel cimitero antistante la chiesa, che da quel momento divenne meta delle donne del popolo, poiché pensavano che le anime degli innocenti, giustiziati ingiustamente, fossero dispensatrici di grazie e miracoli.

Così il Pitrè descrive le pratiche dei fedeli:

I giorni sacri alle anime dei corpi decollati erano il lunedì e il venerdì. In questi giorni, le donne, nelle ore pomeridiane, si partivano di casa e si avviavano verso Porta di Termini ( via Garibaldi). Bisognava venire a Palermo, perché negli altri luoghi non esisteva una chiesa per i giustiziati. Secondo la promessa, il viaggio doveva farsi a piedi scalzi, le scarpe si toglievano proprio alla chiesa della Madonna degli Annegati che sta in mezzo la via che da Porta di Termini va alla chiesa dei Decollati.

Il rosario è composto da ave marie, paternostri e gloriapatri. Cominciava il paternostro, seguivano tre requie (requiem aeternam), quindi i misteri come quelli del rosario della Madonna. I misteri sono di questa forma: Armuzzi mei decullati, Novi siti e novi vi junciti, Davanzi ‘u Patr’ Eternu vi nni jiti, Li mei nicissità cci raccuntati, E tantu li prigati, Fina chi la grazia mi cunciditi. Giunti in chiesa, si offre il rosario e si fa la preghiera secondo le proprie intenzioni. Tale preghiera deve essere fatta davanti la balaustra dell’altare consacrato a S. Giovanni Decollato, protettore dei decollati.

Compiute le preghiere, la devota passa nella cappelletta che si trova a destra della chiesa “si avvicina ad una lapide, sotto la quale si credono numerosissime le anime e parla o mormora e prega ed interroga e vuole”. Finito di parlare vi applica l’orecchio per attendere il responso, se ode un leggero tintinnio è segno che la grazia è già stata concessa. Tanti sono i desideri e le preghiere: si chiede fortuna negli affari, nel lotto, si prega per la salvezza dei figli in viaggio, per il marito. Le ragazze le cercano per questioni d’amore.

È importante udire “l’eco delle anime”, il canto del gallo, un fischio, il latrare di un cane, il suono di una chitarra, una bella canzone, il passare di una carrozza erano considerati presagi positivi, mentre il miagolio di un gatto, il raglio dell’asino, un pianto, un lamento, l’acqua che si butta in mezzo la via segni cattivi. In realtà, era la devota che traduceva in segni buoni o cattivi l’eco delle anime, secondo che l’esito della novena doveva essere positivo o negativo.

Secondo la credenza popolare, le anime dei decollati andavano di notte sotto sembianze umane, dando consigli e ammonizioni. I giustiziati non hanno diritto alla pietà, perché si sono macchiati dei più atroci delitti e la Giustizia li ha condannati al patibolo, è vero, ma nell’ultimo istante della loro vita si saranno pentiti e la pena che essi pagano è così atroce da purificarli e renderli degni di perdono. Nasce da questo la credenza che i giustiziati sono dei martiri.