Il caso Diletta Leotta a Sanremo (leggi qui) non è finito, nemmeno dopo l'iniziativa di Caterina Balivo (leggi qui). A difendere la giornalista catanese ci ha pensato Selvaggia Lucarelli con un articolo sul "Fatto Quotidiano". Ecco una parte dell'estratto pubblicato da "Dagospia":

Diletta Leotta ha parlato di cyberbullismo e del furto delle sue foto nuda, dicendo bisogna reagire e che non bisogna aver paura. Solo che ahimè, ha ritenuto di non doverlo fare con la muta termica da immersioni notturne ma in abito da sera. Un abito con lo spacco, addirittura. (…)

E siccome quel giorno era la giornata nazionale contro il bullismo ma pure quella nazionale degli webeti che invece cade tutti i giorni dell’anno, qualcuno da casa ha ritenuto che la sua evidente mise da tenutaria di bordello colombiano non fosse consona al messaggio. Sono cominciati i tweet stizziti. Eh ma questa vuole la privacy però va sul palco mezza nuda. Eh certo, si vede proprio che quelle foto le hanno dato fastidio. Eh ma se sei traumatizzata non te ne vai in giro così. (…)

E il vero dramma è che nella trappola del commento sessista sono cascate pure tante donne. Per esempio Caterina Balivo che ha scritto (approvata da migliaia di utenti) che “non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna”. O la modella curvy Elisa D’Ospina che l’ha redarguita: “Non fai la morale facendo intravedere la patata!”. Ma anche il giornalista Mediaset Gabriele Parpiglia che ha commentato: “Parla di violenza subita ma nello stesso tempo allarga la gonna, canta, ride e si veste come Jessica Rabbit!”.

Con loro, tante ragazze comuni, tanti uomini, tanta variegata umanità che fatica a liberarsi di certe zavorre retrograde e nauseanti. Le zavorre, spesso inconsapevoli, di quella mentalità maschilista per cui l’autorevolezza di una donna e del suo messaggio si misura in base alla lunghezza del suo spacco. La Leotta non può chiedere di essere lei a decidere cosa mostrare del suo corpo, se indossa un abito sexy.

Chiunque indossi un abito sexy non ha diritto alla privacy, non può sposare la lotta al cyberbullismo, non può dichiararsi ferita dalla diffusione di foto private. Se la Leotta vuole essere presa sul serio deve mettere la cuffietta da quacchera, magari un filo di Labello sulle labbra e un paio di Birkenstock ai piedi. Altrimenti che non rompa i coglioni. Anzi, vista la provocazione di ieri sera secondo me le andrebbe hackerato di nuovo l’icloud, che magari c’è qualche aggiornamento di lei sul bidè. Questa è la mentalità.

E il dramma è che spesso non c’è neppure consapevolezza. Io non credo che la Balivo (che poi, va detto, ha chiesto scusa) e molte altre donne come lei si siano rese conto del messaggio che stavano lanciando, perché sono donne che hanno interiorizzato il patriarcato, che hanno assorbito la mentalità maschilista in cui siamo ancora irrimediabilmente immersi.

Quella per cui non puoi chiedere rispetto, se non allunghi l’orlo della gonna. Non puoi fare la morale, se con quel vestito susciti pensieri immorali. Non puoi decidere neppure se le tue foto nuda debbano rimanere nel tuo cellulare, se ci fai vedere mezza coscia su un palco. Ecco. E’ per questo che ho apprezzato ancora di più la Leotta e la sua scelta di parlare di temi così “femminili” e di non incarfagnirsi. (neologismo che sta per “mortificarsi esteticamente come la Carfagna per acquisire credibilità"). Ha chiesto rispetto senza piegarsi a questo genere di mentalità. Ed è quando le daremo ragione senza chiederle due bottoni in più sul decollete, che sarà vera rivoluzione. Per ora, possiamo tornare a sfregare le pietre per accendere il fuoco.