Giuseppe Schiera detto "a muddichedda". Giuseppe “Peppe” Schiera (1898-1943) era un uomo del popolo con scarsa istruzione, ma con capacità sorprendente di improvvisare rime pungenti ed argute ispirate ad avvenimenti politici e sociali dell’epoca che gli valsero l’appellativo di poeta di strada. Nacque in un rione periferico di Palermo nella prima metà del secolo scorso, figlio di un poverissimo bracciante agricolo sposato tre volte e con diciotto figli, e di una casalinga Maria Marino detta “a cunigghia” (la coniglia per la sua capacità di proliferare). Peppe soprannominato “a muddichedda” per la sua piccola statura, fu costretto già dalla più tenera età a misurarsi con le difficoltà della sopravvivenza fatta di privazioni anche estreme. La sua vita sostanzialmente sbandata fu caratterizzata dall’improvvisazione e dalla costante mancanza di cibo che lo costrinsero fin da piccolo a rubacchiare olive nei campi da rivendere al mercato allo scopo di mettere qualcosa sotto i denti almeno una volta al giorno. Peppe Schiera visse tutta la sua vita in grandi difficoltà economiche, ogni giorno cercava di sbarcare il lunario sfruttando la sua innata capacità di improvvisare rime su qualsiasi argomento mettendosi agli angoli delle strade cercando di attirare l’attenzione dei passanti osservandoli e prendendoli in giro con delle simpatiche ed argute rime, nel tentativo di vendere dei foglietti con su scritte le sue poesie. Uno dei temi ricorrenti nelle sue composizioni fu la privazione del cibo, il patimento della fame, argomento che malgrado la sua tragicità fu trattato da Schiera con estrema ironia. 
 

 “Picchì manciari”   
‘Nta ‘na jurnata
Manciari cchiù i na vota
è na gran firnicia, pi nun diri
ca è ‘na camurria;
perciò iu manciu sulu la duminica,
‘na vota a la simana;
lunniri e martiri
e mercuri macari,
pirchì, pirchì manciari?
Lassu e leggiu la panza,
ca pi civili usanza
lù venniri è jurnata i pinitenza,
e accussì a lu sabatu cci arrivu
sempre vivu.

(Perché mangiare: in un’intera giornata mangiare più di una volta è una gran seccatura, per non dire che è una scocciatura; perciò io mangio solo la domenica, una volta alla settimana; lunedì, martedì mercoledì magari, perché, perché mangiare? Andiamoci piano con la pancia e giacchè per civile usanza il venerdì si fa la penitenza è in tal modo che al sabato ci arrivo sempre vivo).


Certo non si trattava di alta poesia, anzi di poetico c’era davvero poco, ma la sofferenza espressa in quelle rime, il patimento, il cuore, l’ironia, ne fece nella Palermo di quell’epoca il poeta della povera gente, l’erede di Pietro Fudduni. Giuseppe Schiera, l’accusatore dei soprusi dei prepotenti, fu considerato un anarchico amante della libertà a qualsiasi costo, osò perfino prendere in giro Mussolini declamando in una piazza di Palermo una poesia tagliente che si rifaceva al 1937 anno in cui il Duce  proclamò l’impero a seguito della conquista dell’Etiopia, nel momento di maggior fulgore del fascismo. Quel giorno ci furono disordini ed i carabinieri furono costretti ad intervenire e probabilmente il poeta fece anche qualche giorno di galera.

Ora è mperaturi
Quannu u re era re
mancava u cafè.
Ora è mperaturi
e manca u caliaturi.
E se pigghiamu natru Statu
manca puru u surrogatu.

(Ora è imperatore: quando il re era re mancava il caffè. Ora è imperatore e manca il tostatore. E se pigliamo un altro Stato manca pure il surrogato).
Aggiunse dopo il parapiglia con le forze dell’ordine: 

Contro u palu
U Duci ci cunnuci
contra u palu di la luci.

(Contro il palo il Duce ci conduce contro il palo della luce).


Il 13 maggio 1943, qualche mese prima dello sbarco degli alleati in Sicilia, Giuseppe Schiera morì sotto un bombardamento, e si narra che per ironia della sorte in quell’unica occasione si trovasse mille lire in tasca che gli furono rubate, così finì Beppe Schiera "a mudichedda", poeta popolare palermitano, povero nella vita così come nella morte.