Angela Marino condivide con noi i suoi ricordi della Sicilia di una volta.

Nella Sicilia del passato non credo che esistesse la professione di stiratrice.
Infatti mentre per il bucato era prassi consolidata chiamare la lavandaia, lo stiro (la stirata o stirata  di ferru) la si faceva privatamente: nelle famiglie nobili o molto ricche stiravano li criati (le serve), nelle altre stiravano le mamme o le nonne che si affrettavano ad iniziare all’arte dello stiro anche le ragazzine appena adolescenti. E non era un’impresa facile.

Chi è più giovane di me di una decina di anni, si starà chiedendo cosa ci sia di così particolarmente difficile nello stiro, ma chi, come me, ricorda ancora l’epoca in cui non esistevano i ferri elettrici sa bene di cosa parlo. Allora si stirava col ferro a carbone, uno strano arnese in ferro (da cui il nome) cavo, con la parte superiore apribile e munita da un manico di legno.

Ricordo ancora le stirate di casa mia: un po’ prima la mamma sbagnava li robbi  (inumidiva i panni da stirare) usando uno strano aggeggio bucherellato (lu spruzzaturi) e li lasciava riposare, poi cominciava l’operazione di accensione del ferro. Si riempiva il ferro di carbone, vi si aggiungeva una piccola quantità di materiale facilmente infiammabile (un po’ di carta, un pezzettino di stoffa imbevuto di olio o di grassoliu , cioè petrolio…) e si accendeva con un suffareddru (fiammifero).

Spesso questa operazione si faceva in balcone o davanti alla porta dei pianterreni per evitare di riempire la casa di fumo o di cattivo odore e si lasciava il ferro aperto ed esposto al vento perché si attizzasse. Se mancava il vento il ferro veniva chiuso e dondolato con forza finché dentro non si sentiva crepitare il fuoco e i carboni diventavano incandescenti .

Le ragazze mettevano particolare impegno in questa operazione e spesso davano spettacolo perché attizzavano la brace facendo girare il ferro velocemente in modo che la forza centrifuga non facesse cadere i pezzettini di carbone…ricordo la mia soddisfazione quando sono riuscita  ad imparare dalle mie amiche questa tecnica…

Poi si cominciava a stirare: il ferro doveva essere sempre controllato perché non diventasse troppo caldo rischiando di accarari (bruciacchiare/ ingiallire) i panni ,o non si raffreddasse, o non lasciasse fuoriuscire dai suoi buchini di aerazione  della cenere che avrebbe sporcato il bucato.

Ad ogni buon conto per stirare capi particolarmente belli o delicati, si usava coprirli con un telo bianco su cui si potesse poggiare il ferro con meno rischi per le cose da stirare.

Alle ragazzine si lasciavano stirare le cose più facili: sarbietti, tuvagli di facci, fazzulitteddra (tovaglioli da tavola, asciugamani, fazzolettini). Le signore e le cameriere più  esperte si riservavano di stirare le cose più difficili o più delicate: biancheria di lino ricamata, pantaloni e, soprattutto, le camicie. Per queste ultime vigevano delle regole ferree: si cominciava dalle maniche e si finiva con il colletto e la piegatura. Una camicia stirata male era una pessima carta di presentazione per una persona e per la sua famiglia.

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