Un operaio Fiat costretto a urinarsi addosso perché non aveva avuto il permesso di andare in bagno durante il turno di lavoro. Accadde a Sevel di Atessa, in provincia di Chieti (Abruzzo) e scoppiò un putiferio. Quel bruttissimo episodio, tra l'altro, pare fosse soltanto la punta dell'iceberg. Adesso è partita la battaglia legale. "Tutto il nostro studio è mobilitato per gestire al meglio, e con la massima celerità, quanto accaduto al lavoratore, un fatto di inaudita ed eccezionale gravità. Vogliamo tutelare i suoi diritti. Verranno adite tutte le sedi, penali e civili, con ogni azione possibile e verso chiunque può presentare anche il più minimo profilo di responsabilità. Qui è stata lesa la dignità sia dell'uomo che del lavoratore. Sembra che tutte le battaglie combattute per l'affermazione dei diritti dei lavoratori siano state vane. Ma ora è possibile osservare finalmente anche dall’esterno il clima che regna dentro l'azienda. Ho appreso di scuse della società, che in tutta franchezza ritengo che a poco possano servire", spiega all’Espresso l’avvocato Diego Bracciale, che patrocina l’operaio della Sevel.

La Fiat si è già scusata col lavoratore e ha preso parte a un consiglio straordinario delle rsa Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Associazione quadri e capi Fiat. In quella sede ha annunciato che avrebbe fatto una ricognizione della vicenda intervenendo direttamente sui responsabili. Ma il sindacato sostiene che questi provvedimenti disciplinari alla fine non ci sono stati: l'azienda si sarebbe limitata a richiamare i capi reparto e i team leader, ribadendo che la priorità deve essere il rispetto della persona. E mentre i sindacati insorgono, il deputato di Sinistra Italiana Gianni Melilla ha presentato un'interrograzione parlamentare:

"La vicenda non può essere sottovalutata: nella più grande fabbrica italiana i ritmi e i carichi di lavoro arrivano al punto di costringere un operaio a farsi la pipì addosso per non lasciare il suo posto alla catena di montaggio, cose che pensavamo appartenessero alla fase primitiva dello sfruttamento della forza lavoro da parte di un capitale avido e disumano. La democrazia non può fermarsi davanti ai cancelli di una fabbrica: anche alla catena di montaggio i lavoratori non devono essere umiliati".