I serbatoi di San Ciro di Palermo sono un luogo sconosciuto ai più. La loro storia e la loro funzione, tuttavia, sono estremamente interessanti. Vederli è un interessante colpo d’occhio: sicuramente inusuali, raccontano una pagina di storia della città, ancora viva nel presente, e ci fanno conoscere qualcosa di più sul rapporto tra Palermo e l’acqua. Sono legati all’acquedotto, il primo costruito nel capoluogo siciliano alla fine dell’Ottocento. L’idea di portare le acque salubri di Scillato alla città nacque dopo l’epidemia di colera che colpì Palermo negli anni 1884 e 1885. Della costruzione si curarono Alessandro Vanni e i fratelli piemontesi Biglia, che andarono incontro a diversi problemi, ma la realizzarono in tempi ristretti. L’acquedotto ha una lunghezza di circa 70 chilometri e l’acqua arriva per caduta, sfruttando la pendenza. L’acqua arriva in località San Ciro, proprio sotto il monte Grifone.

Le vasche di accumulo sono due, sono coperte da volte a botte sostenute da archi e pilastri e hanno una capacità di 35mila litri. Vi si arriva superando la chiesetta di San Ciro, imboccando una strada ripida che giunge fino all’edificio in cui si trova uno dei serbatoi. Un tempo si utilizzava una barca, per poterli navigare e pulire. Una volta usciti, dalla posizione in cui si trovano i serbatoi di San Ciro, si gode di una vista spettacolare che arriva fino al mare, lasciando la montagna alle spalle. Si tratta della zona di Maredolce: al tempo degli arabi era ricoperta di giardini e fontane, che oggi hanno ceduto il posto a palazzi di cemento. Come testimonianza del passato, rimangono tanti pozzi che l’Amap utilizza per il fabbisogno idrico: l’acqua viene pompata anche da oltre cento metri di profondità.

I serbatoi di San Ciro di Palermo sono visitabili durante l’edizione 2020 de Le Vie dei Tesori. Per tutte le informazioni, potete cliccare qui.

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