Si dice arancino o arancina? Per fare chiarezza interviene anche la prestigiosa Accademia della Crusca, che ha fornito una esauriente spiegazione sull'utilizzo delle due parole, con un esauriente intervento di Stefania Iannizzotto. Vi diciamo subito che la risposta all'annosa domanda si trova alla fine dell'articolo.

Il genere del nome che indica la specialità siciliana a base di riso con la salsa di pomodoro e la carne (o altro) – si legge sul sito dell'Accademia della Crusca – divide in due l’isola: arancina (rotonda) nella parte occidentale e arancino (rotondo o a punta, forma che potrebbe essere ispirata dalla figura dell’Etna) nella parte orientale, con l’eccezione di alcune aree nella zona ragusana e in quella siracusana. Il gustoso timballo di riso siculo deve il suo nome all’analogia con il frutto rotondo e dorato dell’arancio, cioè l’arancia, quindi si potrebbe concludere che il genere corretto è quello femminile: arancina. Ma non è così semplice, e vediamo perché.

Nel dialetto siciliano il frutto dell'arancio è aranciu e nell'italiano regionale diventa arancio. Al dialettale aranciu per arancia, corrispondono il diminuitivo arancinu per "piccola arancia", arancino nell'italiano regionale: da qui deriva il nome maschile utilizzato per gli arancini. "Questa denominazione, dunque, è quella che riportano i dizionari dialettali, i dizionari italiani (basterà citare il GDLI e il GRADIT), e che è stata adottata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani (arancini di riso: Regione Siciliana, Prodotti della gastronomia, 188); è la forma che il commissario Montalbano ha portato nei libri e in televisione (Andrea Camilleri, Gli arancini di Montalbano, 1999) e di conseguenza nella competenza di tutti gli italiani".

Ma la partita non si conclude qui.

I dizionari concordano sul genere di arancino, ma le indicazioni del genere del nome che indica il frutto dell'arancio sono oscillanti: le varianti arancio e arancia coesistono, con una prevalenza del femminile nell'uso scritto e una maggior diffusione del maschile nelle varietà regionali parlate. Il femminile tuttavia è percepito come più corretto – almeno nell’impiego formale – perché l’opposizione di genere è tipica nella nostra lingua, con rare eccezioni, per differenziare l’albero dal frutto.

Si potrebbe allora concludere che chi dice arancino italianizza il modello morfologico dialettale, mentre chi dice arancina non fa altro che riproporre il modello dell’italiano standard. Questa supposizione troverebbe conferma nell’unica attestazione di arancina che si trova nella letteratura di fine Ottocento: le "arancine di riso grosse ciascuna come un mellone" dei Viceré (1894) del catanese Federico De Roberto, che si atteneva a un modello di lingua di matrice toscana.

Alla fine del secolo la variante femminile è stata poi registrata da Corrado Avolio nel suo Dizionario dialettale siciliano di area siracusana (un manoscritto inedito della Biblioteca Comunale di Noto, compilato tra il 1895 e il 1900 circa) e più tardi da Giacomo De Gregorio nei suoi Contributi al lessico etimologico romanzo con particolare considerazione al dialetto e ai subdialetti siciliani ("Studi Glottologici Italiani", VII, 1920, p. 398) che rappresentano l’area palermitana. Arancina è stata registrata anche dalla lessicografia italiana: dallo ZINGARELLI del 1917, che la glossa come "pasticcio di riso e carne tritata, in Sicilia", e dal Panzini nell'edizione del 1927; dopo però non se ne ha più nessuna traccia.

Insomma, qual è allora il modo corretto?

Ai nostri amici possiamo quindi rispondere che il nome delle crocchette siciliane ha sia la forma femminile sia la forma maschile, determinata dall’uso diatopicamente differenziato.

Chiamatele come preferite, dunque, ricordando che la cosa importante è che siano buone!