Cosa vuol dire Tintu in siciliano?

  • Al contrario di ciò che si immagina, il significato di Tintu non è solo “dipinto” o “colorato”.
  • In Sicilia, infatti, viene utilizzato anche in altri modi inaspettati.
  • Ecco qual è la sua origine e in quali modi di dire siciliani si trova.

Megghiu u tintu canusciutu, ca u bonu a canusciri“. Se siete siciliani o comunque conoscete la Sicilia, allora avrete sentito dire questo proverbio e sapete anche che “tintu” non significa “dipinto“. A prima vista, questo termine sembrerebbe proprio voler dire “pitturato” o “colorato”, ma non è così. Si tratta di una di quelle parole siciliane dai significati molteplici, che cambiano a seconda delle occasioni d’uso. Vediamo dunque, il significato di tintu in siciliano.

Origine di tintu

Partiamo da un presupposto: una persona tinta è una persona un po’ cattiva. Può essere dunque un insulto. Un oggetto “tintu” è difettoso, mentre un pensiero “tintu” è malizioso. Ma perché ci sono tutti questi significati? E qual è la possibile origine? Questo etimo potrebbe derivare dallo spagnolo “tinto”, cioè rosso. Nella cultura popolare, il colore rosso è tipico delle manifestazioni demoniache (esiste anche una superstizione legata ai capelli rossi). Leonardo Sciascia, nel suo “Occhio di capra” del 1984 ha scritto: “… a Racalmuto “tintu” e “tinturia” hanno quel significato che il Pasqualino dà come secondario: “Tintu, aggiunto a cosa, vale di mala qualità, contrario di buono, cattivo”. C’è chi ipotizza anche una derivazione dal latino “tinctus”, cioè “impregnato” o “bagnato”. In questo senso il termine è stato riutilizzato in senso religioso dalla Chiesa per indicare un battesimo eretico (quindi “cattivo). Ma non finisce qui.

A dirla tutta, bisogna precisare una cosa. Il significato di tintu siciliano non va inteso solo come una cattiveria in senso “puro”. Diciamo che, in alcune accezioni, è una cattiveria un po’ “bonaria“, come quella tipica dei bambini. È noto, a tal proposito, il modo di dire “Chi ssì tintu e quantu tinturii ca cumini!” (“Quanto sei monello e quante monellerie che combini!”). Occhio, dunque, a come utilizzare questa parola. Il bello della lingua siciliana è proprio questo: le sue sfaccettature sono infinite!

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