I segreti del torrente Torcicoda.

  • Scopriamo insieme un’area della Sicilia ricca di storia.
  • Siamo tra Enna e il lago di Pergusa, un lago del mito.
  • Già i viaggiatori del passato si sono fermati qui per approfondirne i misteri.

Il torrente Torcicoda, tra Enna e il lago di Pergusa, ha davvero tanto da raccontare. Conoscere la sua storia è come fare un viaggio indietro nel tempo. Per comprenderne l’importanza, vi basti pensare che il viaggiatore olandese Jean Philippe d’Orville, quando giunse nei pressi del vallone Pisciotto di Enna, rimase colpito dalla grande quantità di grotte che si aprivano nelle pendici rocciose. “Ci siamo avventurati – ha scritto – sugli orli dei precipizi, penetrando entro grotte sovrapposte o contigue, scavate nell’alta rupe rocciosa: diverse di queste sono abitate, le chiamano le grotte dei Greci…”. Proprio qui vi è un importante insediamento noto come “Riparo di Contrada San Tommaso”, scoperto da un gruppo di studiosi del Centro di Archeologia Mediterranea, diretto da Enrico Giannitrapani.

Il villaggio, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato costituito da gruppi di case disposte frontalmente ed occupato principalmente da agricoltori che curavano i terreni a valle del torrente. Qui vi era un complesso sistema di canalette, mulini e serbatoi. Lo scavo ha rivelato resti d’epoca arabo-bizantina, romana ed ellenistica. Nella vallata, inoltre, sono ancora visibili i resti di 8 mulini ad acqua, costruiti tra il Settecento e l’Ottocento. Uno di questi mulini si trova in prossimità del Riparo, che venne abitato fino agli anni Cinquanta e poi abbandonato.

Gli esperti hanno individuato anche altri ripari tra le arenarie del Torcicoda, con edifici in uso fino agli anni Sessanta, come il Mulino Nuovo. Si ricordano anche il Mulino dell’Agnello, i Mulini Paradiso e Immacolata, il Mulino Valata e il Mulino Marcatobianco. La zona è ricca di misteri e leggende, come quella del Mulino dell’Agnello, che sarebbe stato costruito in una sola notte dal diavolo. Nell’Ottocento, inoltre, Gaston Vuillier parlò di una cosiddetta “fiera dei morti”.

Foto Vulturo

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