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C’è un paese in Sicilia dove le ferite di una tragedia sono state trasformate, pezzo dopo pezzo, in opere d’arte. Dove una crepa di cemento lunga chilometri racconta più di mille libri di storia, e dove stelle di metallo, cupole bianche e teatri senza sipario sorgono nel mezzo della campagna come se una galleria d’arte moderna fosse piovuta all’improvviso tra ulivi e vigneti. Il suo nome è Gibellina, e oggi il mondo intero ne parla: National Geographic Traveller (UK) le ha dedicato un lungo reportage, incoronandola come “la nuova capitale dell’arte italiana“.

Non è un titolo casuale. Nel 2026 Gibellina è infatti la prima Capitale italiana dell’Arte Contemporanea, un riconoscimento che celebra un patrimonio artistico sorprendente per un comune di appena 3.600 abitanti: oltre 5.000 opere disseminate tra il paese e la Valle del Belìce, frutto di una scommessa iniziata più di quarant’anni fa.

Per capire Gibellina bisogna partire dalla notte del gennaio 1968, quando un violento terremoto devastò la Valle del Belìce, uccidendo oltre 300 persone e lasciando decine di migliaia di sfollati. Gibellina Vecchia, il paese originario a pochi chilometri di distanza, fu rasa al suolo. Al suo posto, oggi, si trova una delle opere di land art più straordinarie d’Europa: il Cretto di Burri, la gigantesca “crepa” di cemento bianco realizzata dall’artista Alberto Burri, che sigilla per sempre le macerie della città sotto blocchi che ne ripercorrono le vie e le piazze. Visto dall’alto sembra un enorme puzzle grigio adagiato sulla collina; camminandoci dentro, si attraversano corridoi di cemento scaldati dal sole, sulle tracce di un paese che non esiste più.

Fu l’allora sindaco Ludovico Corrao a immaginare, per la nuova Gibellina ricostruita in pianura, un destino diverso: chiamò a raccolta alcuni dei più grandi architetti e artisti italiani per ridisegnare da zero un intero paese. Nacquero così la Stella di Consagra che accoglie i visitatori all’ingresso, il Teatro di Consagra a forma di onda – rimasto per decenni un guscio vuoto e oggi finalmente aperto al pubblico come spazio espositivo – e il Sistema delle Piazze, cinque piazze collegate che si estendono per quasi mezzo chilometro, pensate come luogo di incontro per una comunità che ancora oggi, raccontano gli abitanti, sta imparando ad “abitarle”.

Come racconta il reportage di National Geographic, il fil rouge di Gibellina è la memoria che diventa creazione. È il caso dell’artista palermitana Rossana Taormina, nata in Valle del Belìce pochi anni dopo il sisma, che nelle sue installazioni – come quella ospitata al Belìce Epicentro della Memoria Viva – trasforma i ricordi frammentati della sua famiglia in opere di luce e neon. O della Fondazione Orestiadi, oggi guidata dalle figlie di Corrao, che da decenni porta l’arte contemporanea internazionale nel cuore della Sicilia occidentale.

Il programma 2026 aprirà al pubblico per la prima volta alcuni degli spazi più iconici di Gibellina, tra mostre, performance e residenze d’artista. E il fermento non riguarda solo Gibellina: a pochi minuti di distanza, anche Poggioreale Vecchia – altro paese fantasma del terremoto del Belìce – si prepara a riaprire ai visitatori nel 2026, con un museo multimediale che restituirà vita, attraverso proiezioni animate, alle fotografie salvate dalle macerie.

Una storia di rinascita che dalla Sicilia occidentale continua a incantare il mondo – e che oggi, grazie al racconto di una delle testate di viaggio più autorevoli al pianeta, arriva sulle pagine di National Geographic. Un motivo in più per innamorarsi ancora una volta della nostra isola.